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Europa in Movimento

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Europa

Pietro Nenni, Ministro degli Esteri Italiano, su suggerimento del suo consigliere Altiero Spinelli chiese e ottenne dal Comitato dei Ministri la sospensione della Grecia dei colonnelli dal Consiglio d'Europa. Fondandosi su questa decisione Altiero Spinelli, divenuto Commissario europeo, ottenne dal Consiglio dei Ministri la sospensione dell'Accordo di Associazione fra le Comunità europee e la Grecia bloccando la difesa che il Commissario tedesco Dahrendorf aveva fatto del regime dei colonnelli secondo il principio "pacta sunt servanda" che ignorava ottusamente l'altro principio "rebus sic stantibus".

Gli analisti che nelle prime ore davano Erdoğan per finito, i commentatori del giorno dopo che invece si dicono certi dell’ormai instaurata dittatura in nome della shari’a, l’incredibile numero di opinioni sprecate negli ultimi giorni, richiedono che venga fatta un po’ di chiarezza.
La Turchia è una Repubblica dal 1923, sorta dalle ceneri di un Impero Ottomano al collasso dopo la Prima Guerra Mondiale. Mustafa Kemal Atatürk, un militare che si era distinto in battaglia, grazie anche al suo carisma, riesce ad evitare l’atomizzazione della penisola anatolica e a mantenere un’unità territoriale che corrisponde all’odierna Turchia.

L’altare spontaneo a Nizza sui luoghi della strage dove troneggia la scritta: l’amore vincerà l'odio

Dopo poche ore dai tragici fatti di Nizza l’emozione è ancora altissima. Diventa difficile provare a fare un commento o abbozzare delle analisi senza farsi fuorviare dall’inevitabile emotività e, su tutto, dalla rabbia. Una rabbia che sale dallo stomaco e che è assai arduo rimuovere ripensando a quelle tragiche immagini di piccoli corpi esanimi sull’asfalto di una delle più belle promenade del mondo. Con i fatti del Bataclan pensavamo di aver raggiunto l’apice dell’orrore, tanto che i fatti di Bruxelles nella loro tragicità apparivano meno eclatanti. Con Nizza si è superato l’inimmaginabile, sia per la dinamica dell’attentato sia per i tanti minori coinvolti.

March for Europe, London 2 July 2016

Se credete che Brexit abbia prodotto in altri paesi europei un desiderio di emulazione o abbia aumentato la loro avversione nei confronti dell’Ue, preparatevi a una (temporanea) smentita. Sono usciti da pochi giorni i risultati di un sondaggio condotto su incarico della Fondazione Jean Jaurès e della Fondazione europea di studi progressisti (Feps). I dati sono stati raccolti tra il 28 giugno e il 6 luglio scorsi su un campione di circa 1000 rispondenti in ciascuno di 6 paesi: Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio e Polonia. I risultati sono per alcuni aspetti sorprendenti e invitano a un cauto ottimismo.

Durante la campagna elettorale per le ultime europee stavo facendo una presentazione e un amico che io pensavo fosse euroscettico quando accennai alla possibile uscita della Gran Bretagna dall'Unione mi interruppe dicendo: ma siamo sicuri che Londra debba decidere se uscire? Forse deve decidere se entrare. Il rapporto tra le due parti della Manica e' sempre stato drammaticamente poco chiaro.
Diceva Charles De Gaulle che gli inglesi dovevano rimanere fuori dalla casa comune europea perché erano troppo "disomogenei" rispetto agli altri europei e se fossero entrati avrebbero di continuo usato l'arma del ricatto per ottenere sempre di più e dare sempre di meno. Certe dichiarazioni di Boris Johnson fanno riflettere, un conservatore, militarista e nazionalista nato nell'ottocento, padre di uno dei più noti sabotaggi della storia dell'integrazione europea, la politica della sedia vuota, e' forse stato il più grande profeta del cammino comune degli europei.
Chissà cosa penserebbe il generale oggi? Sarebbe ancora un nazionalista o accetterebbe l'evidenza che nella globalizzazione i francesi possono esercitare un po' di sovranità solo insieme agli altri europei?

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