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Europa in Movimento

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Europa

* L’Ue dovrebbe adottare misure eccezionali per ridurre la disoccupazione e per contenere le crisi migratorie e politiche ai suoi confini. Una finestra temporale di 2 o 3 anni potrebbe bastare, per poi dare la parola ai cittadini.

Il 23 giugno i cittadini del Regno Unito hanno deciso con un referendum la probabile uscita del loro Paese dall’Ue. Allo sfortunato popolo britannico è stato posto un quesito che suona come un dilemma cinematografico o da gioco a premi «dentro o fuori», «noi o loro», «prendere o lasciare». Ma non é necessario che ogni referendum futuro sulla Ue sia così. Possiamo immaginare quesiti migliori: più stimolanti per i cittadini perché più ricchi di contenuto; più rispettosi della complessità dei problemi e quindi più utili alle istituzioni che dovranno poi dare un seguito al responso popolare.

Manifestazione del 2 luglio a Londra dei pro eu

In un certo senso ce lo si poteva aspettare. Il Regno Unito ha sempre mantenuto nei confronti dell’unione europea una scettica distanza, accostandosi e aderendo alla CEE (come allora si chiamava l’antenata dell’UE) quando non ha proprio potuto farne a meno. E anche allora i suoi governi hanno spacciato l’entrata nella CEE come non più che un’adesione a un’area di libero scambio a integrazione negativa e hanno usato ogni mezzo (compreso l’allargamento) per bloccare, ritardare, diluire o pervertire qualsiasi evoluzione verso una maggiore unione politica e sociale. Un tale ruolo peraltro non è dispiaciuto a pezzi rilevanti dell’establishment europeo, incluso l’italiano, quelli pronti a dichiarare che “non può esserci Europa senza l’Inghilterra” e hanno favorito generosi opt-out e concessioni al Regno Unito che potevano pure apparire di facciata, come quelle accordate qualche mese fa proprio per scongiurare Brexit, ma che hanno finito per indebolire ulteriormente i contenuti e la credibilità del progetto europeo.

L'europa come un puzzle senza il pezzo del Regno Unito

Non è ancora il colpo di grazia, ma sicuramente il voto che ha deciso l'uscita del Regno Unito è una tappa decisiva verso la dissoluzione dell'Unione Europea. Un esito irreversibile che mette all'ordine del giorno la sua ricostruzione su basi completamente nuove: una sua "rifondazione". Perché è chiaro che in un mondo globalizzato non c'è alcuno spazio per l'autonomia politica delle piccole nazioni. La politica, che per noi è lotta e conflitto sociale, o si sviluppa in un orizzonte per lo meno europeo, o è condannata comunque alla sconfitta.

Bandiera del Regno Unito

Il risultato del referendum britannico è inequivoco: la maggioranza dei britannici vuole uscire da quest'Unione europea.
A partire da oggi devono essere percorse due strade parallele, politicamente e istituzionalmente distanti l'una dall'altra.

La prima strada è quella indicata dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea: il recesso del Regno Unito è senza condizioni dall'una e dall'altra parte.

Cosi come con gli altri paesi vicini che non sono candidati all'adesione, l'Unione deve stabilire con il Regno Unito "relazioni strette e pacifiche" fondate sui suoi valori (rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti dell'Uomo ivi compresi quelli delle minoranze).

Il varco d'accesso ad Heathrow

In queste brevi note si prova a interrogare l'attuale stallo dell'integrazione continentale evitando di cedere alle “retoriche”, tra l'apocalittico e lo sciovinismo, che attraversano l'opinione pubblica europea a una settimana dal referendum britannico del prossimo 23 giugno.

1. La Gran Bretagna: «qualcosa di assolutamente unico»

Nella sua enciclopedica Storia d'Europa Norman Davies ci ricorda che, in un celebre dibattito di metà anni Ottanta del Novecento intorno alla possibile definizione di una “storia europea”, «uno studioso ungherese indicò l'eccentrica abitudine britannica di distinguere la storia “europea” da quella “britannica”. Secondo questa distinzione “europeo” vuol dire “continentale”, mentre la Gran Bretagna appare come qualcosa di assolutamente unico»(1).

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