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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Il sonno della ragione genera mostri di Francisco Goya, Biblioteca Nacional de Espana, Madrid (Pubblico dominio)

I cittadini europei sono assillati da un dibattito politico confuso, spesso volgare e violento. Le più elementari regole della convivenza civile sono derise e violate dai leader politici, cioè proprio da chi ha la responsabilità primaria di difenderle. La crisi delle ideologie di cui si parlava nel secolo scorso sembra ora un dato di fatto. Le grandi ideologie politiche – il liberalismo, la democrazia e il socialismo – offrivano un orizzonte culturale in cui alla fine di un percorso di lotte difficili, dalla propria nazione al mondo, si poteva intravvedere una società cosmopolitica, capace di rendere effettivi i valori fondamentali della libertà, dell’eguaglianza e della giustizia sociale. Molti erano disposti a sacrificare il loro tempo, i loro interessi e, in casi estremi, la loro vita per una battaglia che valeva la pena di combattere.

Al contrario, nel dibattito politico contemporaneo, i leader politici preferiscono difendere interessi e non valori, privilegiano obiettivi ‘concreti’ a politiche lungimiranti. Raccolgono voti a destra e a sinistra per conquistare un potere che poi non sapranno come gestire. Per loro è cruciale criticare le élites al potere, come se i beni pubblici forniti dai governi nazionali fossero una manna caduta dal cielo, che tutti possono arraffare, senza che sia necessario alcun sacrificio per produrli. Il nazional-populismo avanza e vince perché quasi nessuno sa contrapporsi a questo modo di fare politica. I partiti tradizionali sembrano dei pugili intontiti, in attesa di cadere al tappeto.

Questo modo di pensare e di agire non è solo europeo: si è fatto strada anche negli Stati Uniti con la recente vittoria di Trump, che ha adottato come slogan “Make America Great Again” (MAGA), come se la grandezza di un paese dipendesse solo dal suo potere economico e militare; un potere che, secondo Trump, i suoi predecessori non hanno saputo sfruttare adeguatamente. Il suo programma di politica estera consiste nello sbarazzarsi delle istituzioni internazionali e sovranazionali che ostacolano il cammino della Grande Potenza Americana. L’ONU è inutile e l’Unione europea va smantellata; la Brexit è solo un inizio. Un nuovo patto con Putin servirà a completare l’opera. Così, se nel 1991 l’Unione sovietica è crollata e l’ideologia comunista ha smesso di essere una speranza per alcuni, e un pericolo per altri, ora la medesima cosa si sta verificando per il liberalismo internazionale. L’avvenire del mondo è affidato alle grandi potenze, tra le quali è riuscita a inserirsi la Cina. Chi non entra in questo club può solo sperare di raccogliere le briciole del potere mondiale. Così, in Europa, si assiste alla corsa per schierarsi con i potenti. La reazione dei gregari è comprensibile: per prudenza, meglio salire sul carro dei vincitori.

In questo contesto semi-tragico, i nazional-europeisti sono la specie politica nuova, emersa spontaneamente dal disastro economico causato dalle politiche imposte dal Consiglio europeo, guidato dalla Germania. L’errore iniziale è consistito nel pensare di gestire la crisi finanziaria, senza completare l’unione monetaria con un’unione fiscale. Questa scelta avrebbe richiesto la creazione di un governo europeo, per sottoporre al controllo democratico la fiscalità europea: una prospettiva subito scartata da Francia e Germania in nome del realismo e dell’urgenza, con la conseguenza che la stagnante economia europea frena la crescita mondiale e la disoccupazione e la povertà sono in alcuni paesi a livelli intollerabili. I vocianti nazional-populisti avanzano pericolosamente ovunque. Ora, per la paura dello sfascio dell’Unione, che essi stessi stanno provocando, i nazional-europeisti difendono sfacciatamente la ‘confederazione’, vale a dire un arretramento del processo di integrazione europea al mercato interno, sacrificando eventualmente la moneta europea. Questa prospettiva è rinunciataria, pericolosa e criminale. Quando si comincia a smantellare, non si sa dove si finisce (si ricordi l’URSS). Eppure è argomento di dibattito pubblico in Francia, in Italia e persino in Germania, negli ambienti della Bundesbank e del Ministero delle Finanze, oltre che nel partito AfD.

La rinuncia al progetto federale europeo è diventata una concreta ipotesi dei governi europei a causa dal vuoto ideologico dei partiti tradizionali, quelli che hanno sempre difeso l’ideologia europeista dei piccoli passi, rinviando nel tempo, alle generazioni future, la costruzione della federazione europea. Il vuoto ideologico dei partiti europei – quelli presenti nel Parlamento europeo – è illustrato bene dall’immagine di una delle più famose incisioni di Goya, intitolata ‘Il sonno della ragione produce mostri’. Le loro aporie ideologiche sono veri e propri mostri. I partiti europei non sanno più distinguere tra destra e sinistra, tra progresso e conservazione, tra confederazione e federazione. Hanno, in effetti, recepito il federalismo come un pensiero esterno alla loro tradizione culturale, come una scelta imposta dalla politica europea, mai come una scelta che riguardasse il futuro del liberalismo, della democrazia e del socialismo, dunque del loro partito. Per questo, a 37 anni dall’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, i partiti europei sono tali solo di nome: chi conosce il loro segretario o il loro presidente? Quale congresso democratico europeo li ha eletti? In quale occasione – ad esempio, dopo un attentato terrorista, quando la massa dei cittadini europei scende in piazza per difendere i valori fondamentali della civiltà europea – abbiamo visto i dirigenti dei partiti europei portare la loro solidarietà alle vittime?

Il momento delle scelte è venuto. Chi vuole salvare il progetto europeo deve abbandonare il confuso europeismo del passato, deve abbandonare una visione intergovernativa dell’Unione europea e difendere apertamente la prospettiva federalista. Nel Parlamento europeo, una fiammella si è accesa: la Commissione costituzionale ha approvato una bozza del Rapporto (Verhofstadt) sull’evoluzione democratica dell’Unione e un secondo Rapporto (Bresso-Brok) sulle politiche che si possono sviluppare a Trattati invariati. Siamo ancora lontani, tuttavia, da una maggioranza sufficiente per convocare una nuova Convenzione europea. Molti deputati aspettano, prima del voto, di conoscere il parere dei loro governi, che per definizione si opporranno apertamente o subdolamente, perché una legge fondamentale della politica è che chi ha il potere non lo vuole cedere. E fare l’Unione federale senza cedere alcuni poteri cruciali di governo, come quello di tassare e la politica estera, è impossibile.

Eppure, chi è socialista dovrebbe comprendere che un minimo di solidarietà europea tra paesi forti economicamente e paesi deboli è indispensabile per mantenere la coesione economico-sociale di un popolo. Anche all’interno di uno stato nazionale una moneta unica non potrebbe sopravvivere tra regioni con diverse esigenze di sviluppo. Nessuno pretende una ‘transfer union’ senza criteri severi di buongoverno della finanza pubblica, ma senza una ‘transfer union’ una unione politica non si fa. Simili critiche si devono poi rivolgere ai partiti liberal-democratici che tollerano all’interno dell’Unione europea governi tendenzialmente illiberali, come in Ungheria e in Polonia, e si oppongono a una politica europea dell’immigrazione. Tuttavia, questi ostacoli alla costruzione europea sarebbero facilmente superabili se solo si avesse il coraggio di prendere in considerazione quale sarà il futuro dei paesi europei – tutti, Germania compresa – se l’Unione si disgregasse in un mondo in cui sta prevalendo la lotta per la conquista di spazi di potere e di influenza sempre maggiori: dagli USA, alla Russia, alla Cina, alla Turchia. Basti ricordare che terrorismo e immigrazione non scompariranno certo dall’orizzonte di un’Europa balcanizzata, divisa, impotente, più povera e più incattivita, perché ogni paese europeo dovrà considerare nemico ogni altro paese europeo, come è avvenuto nella prima metà del secolo scorso.

Il nazional-populismo non si può vincere con il nazional-europeismo dei governi. E’ necessario scendere in piazza, a fianco dei cittadini europei che vogliono trasformare l’Unione europea in un’unione federale, con un governo democratico. I nazional-populisti hanno avuto il merito di suscitare un moto d’opinione pubblica, sfruttando il malcontento e l’indignazione dei cittadini. Occorre avere il medesimo coraggio, appellandosi all’orgoglio dei cittadini europei: un patriottismo europeo esiste. In particolare, i rappresentanti dei cittadini europei che siedono nel Parlamento europeo devono cominciare a mostrare che il loro partito li ascolta e che sta lavorando per preparare un’alternativa a un’unione mal costruita. Una prima sfida si presenterà presto. Il 25 marzo, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, i federalisti organizzeranno a Roma una grande manifestazione popolare per chiedere alla classe politica europea – le élites al potere, come dicono i populisti – di mettere il governo dell’Unione nelle mani dei cittadini europei. E’ ora di finirla con l’Europa tecnocratica e dei privilegi nazionali. Le grandi rivoluzioni moderne hanno cambiato radicalmente i regimi e i privilegi di classe, inserendo progressivamente i cittadini della nazione nel governo della cosa pubblica. Ora è venuto il momento di dare ai cittadini il potere di controllare un governo democratico sovranazionale, perché le nazioni europee avranno un futuro nel mondo globalizzato solo se si uniranno in una federazione.

Autore
Guido Montani
Author: Guido MontaniWebsite: https://sites.google.com/site/guidomontani23/
Bio
Guido Montani insegna International Political Economy nell’Università di Pavia. E’ stato Segretario Generale e Presidente del Movimento Federalista Europeo. E’ Membro Onorario della Unione Europea dei Federalisti (UEF). Ha fondato nel 1987, con un gruppo di amici, l’Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, di cui è stato Direttore. Tra le sue pubblicazioni: L’economia politica e il mercato mondiale, Laterza, 1996; Ecologia e Federalismo, Istituto Spinelli, Ventotene, 2004; L’economia politica dell’integrazione europea, UTET, 2008; con R. Fiorentini, The New Global Political Economy. From Crisis to Supranational Integration, Edward Elgar, 2012; con R. Fiorentini, The European Union and Supranational Political Economy, Routledge, 2015; From National to Supranational: A Paradigm Shift in Political Economy" in Iglesias-Rodrieguez P, Triandafyllidou A. and Gropas R. (eds), After the Financial Crisis. Shifting Legal, Economic and Political Paradigms, London, Palgrave, 2016.
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