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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Umberto Eco (fonte www.glistatigenerali.com)

“Davanti alla crisi del debito europeo – dice Umberto Eco - io parlo da persona che non capisce nulla di economia, dobbiamo ricordarci che solo la cultura, oltre la guerra, lega la nostra identità. Per secoli francesi, italiani, tedeschi, spagnoli e inglesi si sono sparati a vista. Siamo in pace da meno di 70 anni e nessuno si ricorda più di questo capolavoro: che pensare a un conflitto Spagna-Francia, o Italia-Germania, oggi suscita ilarità. Gli Stati Uniti hanno avuto bisogno della guerra civile per unirsi davvero. Spero che a noi bastino cultura e mercato”.(1)

 

Il 20 febbraio scorso ho introdotto una tavola rotonda, con Daniela Parisi, Francesco Gui e Franco Spoltore sul processo di unificazione politica dell'Europa presso Palazzo M a Latina, organizzata dalla locale sezione MFE e dal centro laziale, in occasione dell'esposizione della mostra “L'Italia in Europa. L'Europa in Italia” del Dipartimento politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri.

L'incontro era diretto sì alla cittadinanza ma erano presenti tanti giovani studenti. Avevo in mente un intervento incentrato sulla genesi moderna del concetto di unificazione europea, mettendo gli attori principali, i federalisti, al centro della scena. Ma nella tarda serata precedente ho appreso della morte di Umberto Eco. E ho cambiato idea su quale dovesse essere in questo giorno il messaggio da rilasciare.

Un brano più di tutti ho sentito di riportare. Tratto dall'intervento di Eco al ciclo di conferenze "L’Europa della cultura" tenuto il 28 novembre 2014 nel salone dei Corazzieri del Quirinale (2).

Eco è stato un esempio e un Maestro di come sia possibile fare cultura smuovendo gli animi e le coscienze. Tralasciando la mole incredibile di lavori dedicati alla semiologia e alla letteratura, alla narrativa, Eco in questa occasione ha chiarito ai ragazzi presenti all'incontro, con lucidità estrema, il proprio “sentire europeo”, partendo dalla premessa alla risposta ad una domanda cruciale ”si può parlare di una comune cultura europea?”.

Tengo qui a ripetere le sue righe: “Voi per fortuna non sapete che cosa sia una guerra: vuole dire attendere la notte che ci cada una bomba sulla testa, oppure, come accadde a mio padre, assistere alla distruzione di una scuola elementare dove sotto un bombardamento sono stati sepolti vivi tutti i bambini, o com'è accaduto a me, patire il freddo o la fame in una campagna dove eravamo sfollati, vedere all'orizzonte i bagliori del bombardamento sulla mia città, senza sapere se mio padre era ancora vivo, e averlo saputo solo tre giorni dopo perché erano interrotte le linee telefoniche, non viaggiavano più i treni e mio padre ci poteva raggiungere solo in bicicletta al sabato, attraversando due posti di blocco, uno fascista e uno partigiano, con due lasciapassare in tasche diverse e stando attento a non sbagliarsi di tasca. Oppure vi sarebbe potuto accadere, come è accaduto a molti dei vostri nonni, di essere mandati a morire congelati nella neve russa portando scarpe di cartone compresso. O ridursi a una acciuga in un campo di concentramento, se si era fortunati e non si finiva in una camera a gas. Perché rievoco queste cose? Perché per la prima volta in millecinquecento anni di storia, dal 1945 a oggi abbiamo avuto quasi settant'anni ininterrotti di pace (se si esclude un conflitto nei Balcani, atroce ma localizzato e abbastanza breve). Voi siete i figli di settant'anni di pace. Forse la pace vi annoia e per questo vi fate delle canne, ma se non ci fossero stati questi settant'anni voi forse non sareste nati, o sareste morti a sette anni giocando tra le macerie e inciampando in una bomba inesplosa. E invece molti di voi possono non solo vivere in pace a casa loro, ma tentare l'avventura del programma Erasmus e sperimentare come si vive e si studia in altri paesi. Perché godete di questa fortuna? Perché delle persone illuminate, che si chiamavano Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schuman e altri, fondatori dell'Europa unita, hanno capito che non solo per necessità politiche ed economiche ma anche per profonde ragioni di unità culturale si doveva riconoscere il nostro continente come una patria comune.”

A modesto parere mio, Eco ha fatto della parola Europa un uso simbolico. Ne ha fatto un percorso unico, che si incardina nella comune cultura che nasce non dalla sola sofferenza arrecatasi dalla stessa fame bellicosa delle nazioni europee nel corso dei secoli.

L'Europa di Eco è l'Europa del Medioevo, è l'Europa dei viandanti, dei feuilletton, dei romanzi sì, ma della simbologia e dello stile e come con Goethe probabilmente aspirava allo stile compiuto di un'opera che è tale solo quando giunge a una sua originale, conchiusa, irripetibile armonia.

L'Europa di Eco è un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali, ciò si pone alla base dell'identità culturale europea. “Niente che si possa cancellare nonostante una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica”, e che ha un vicino, al suo stesso interno come modello, “un piccolo paese che ha prosperato nei secoli sopportando che i suoi cittadini parlino quattro lingue diverse”, la Svizzera.

Anche se l'Europa parla 24 lingue diverse si può vivere in una patria che non dimentichiamo che esiste, la nostra Europa. Quella di Aristotele e Platone. L'Europa è nata – ha affermato Eco allo University college di Dublino nel 1991 – da un unico nucleo di lingue e culture (il mondo greco-romano) e poi ha affrontato la sua frammentazione in diverse nazioni di lingue diverse. Il mondo antico non era preoccupato né del problema di una lingua perfetta né della molteplicità delle lingue. Così oggi, secondo Eco, si focalizza l'attenzione sulla ricerca di una lingua perfetta che era ed è un tipico fenomeno europeo.

Eco più volte nei suoi interventi cita alcune pagine de Il tempo ritrovato di Proust, l'ultimo volume della sua Ricerca del tempo perduto. “Non dimentichiamo che francesi e tedeschi sono stati per secoli i nemici per eccellenza. Eppure ogni tedesco colto si abbeverava alla cultura francese. Nelle pagine di Proust siamo a Parigi durante la prima guerra mondiale, di notte, la città teme le incursioni degli Zeppelin, e l'opinione pubblica attribuisce ogni sorta di crudeltà agli odiati "boches" (così i francesi chiamavano per disprezzo i tedeschi, come noi un tempo parlavamo dei "crucchi".). Ebbene, nelle pagine proustiane si respira un'aria di germanofilia, che traspare nelle conversazioni dei personaggi.”

Contro la barriera “mentale” linguistica sta il progetto politico. E' ben chiaro Eco nel momento in cui ricorda l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer (in un dicscoro del 2000 alla Humboldt University di Berlino) quando afferma che “l’euro è un progetto politico”, e quindi senza integrazione europea non basta la moneta unica.

“L’identità europea è diffusa ma “shallow”, -uso la parola inglese che non è l’italiano “superficiale” ma sta a mezza strada da “surface”, superficie” e “deep”, profondo- dobbiamo radicarla prima che la crisi la rovini del tutto. Si parla poco sui giornali economici del programma di scambi universitari Erasmus, ma Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. Dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i tassisti, gli idraulici, i lavoratori. Passare un periodo nei paesi dell’Unione Europea, per integrarsi”.

La cultura della comunità che si estrinseca nei simboli che, come detto, fanno del carismatico mondo letterario di Eco una dominante, si riflette nella sua provocatoria: “su quelle banconote, allora, chi potremmo disegnare, per ricordare al mondo che non siamo “shallow” europei ma profondi? “Forse non i politici, i condottieri che ci hanno diviso, né Cavour né Radetzky, ma gli uomini di cultura che ci hanno unito, da Dante a Shakespeare, da Balzac a Rossellini. E siccome ha ragione Pierre Bayard, e tutti siamo consapevoli anche dei libri che non abbiamo letto e abbiamo riflessi delle culture che non conosciamo, ecco che l’identità europea si farà, pian piano, più profonda”.

1)“Eco: scommetto sui giovani nati dalla rivoluzione Erasmus”, di Gianni Riotta, la Stampa, 26/01/2012.

2) https://www.youtube.com/watch?v=wsteqNvpXKY

Autore
Mario Leone
Author: Mario Leone
Bio
Mario Leone, laureato in Giurisprudenza presso l’Università de la Sapienza di Roma, con una tesi in Scienza delle finanze dal titolo Unione monetaria europea e sistema federale, ha conseguito un master in “Giurista di impresa” presso l’Università di Roma Tre e un master in “Diritto tributario professionale” presso l’Università di Roma Tor Vergata. Attualmente è funzionario-esperto della Direzione centrale servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate. E’ entrato nella formazione giovanile del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1991 e nel Comitato centrale del Movimento nel 1995, di cui è attualmente membro. E' segretario del centro regionale del Lazio del MFE e presidente della sezione di Latina "Altiero Spinelli" del MFE. Ha realizzato con l’Associazione europea degli insegnanti (AEDE), l’AICCRE (Associazione italiana del consiglio dei comuni delle regioni d'Europa) e la Provincia di Latina, programmi di formazione sulle tematiche europee, è relatore sulla storia e il processo di integrazione europea in programmi di formazione scolastica. L’AEDE provinciale di Latina nel 2010 gli ha attribuito l’annuale Premio Europa per l’impegno profuso per la diffusione dell’ideale europeista. Ha collaborato con la rivista “Il Dibattito federalista” edito dalla Edif e con “Il Settimanale di Latina” sulle tematiche europee.
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