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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Margarethe Vestager #EPhearings2014 (CC BY-NC 2.0) Link: https://www.flickr.com/photos/epp_group_official/15420730455/

La vicenda degli oltre 13 miliardi di euro di imposte arretrate che la commissaria alla concorrenza Vestager intende recuperare dalla Apple viene generalmente interpretata come una conseguenza delle frizioni commerciali che stanno emergendo nei rapporti fra Ue e Stati Uniti in questa fase della globalizzazione, in cui i costi della liberalizzazione senza freni emergono in maniera sempre più evidente. In un contesto in cui le reazioni dell’opinione pubblica e dei politici interessano ormai le due sponde dell’Atlantico (al di là dei partiti e dei movimenti che si illudono di recuperare le sovranità nazionali in Europa, si pensi alle posizioni protezionistiche di Trump e della stessa Clinton), si tratterebbe di un episodio della guerra più o meno larvata per l’egemonia tra i due maggiori poli dell’economia mondiale, il quale fa il paio con il fallimento del trattato di libero scambio fra Ue e Usa, sia pure in termini di scala decisamente differenti.

Si tratta di una interpretazione che ha un suo fondamento di verità, ma che non esaurisce certo il significato dello scontro in corso fra i vari attori della vicenda. In realtà, l’iniziativa della Commissione investe alcuni temi che riguardano lo stato attuale e il futuro dell’integrazione in Europa. Limitandoci ad alcuni aspetti cruciali, essa riguarda in primo luogo il tentativo di dar vita a possibili forme di governo della globalizzazione. Imponendo alla Apple di pagare le imposte dovute, al di là della scandalosa soglia minima dello 0,005 (per cento!) ottenuto dall’accordo con il governo irlandese con il ricatto di un qualche aumento di occupazione, si dimostra che è possibile contrastare la politica perversa delle multinazionali di spostare il carico fiscale dal capitale, mobile per eccellenza, al lavoro, molto più legato al territorio, erodendo altresì la base disponibile per il finanziamento dello stato sociale, che in effetti in questi anni è in fase di progressivo smantellamento anche in Europa.

Il corollario di questo aspetto (o almeno uno di essi) è che per trattare da pari a pari con le multinazionali, americane o di altra origine, le deboli forze di contrasto del singolo paese non bastano più. Occorre almeno operare al livello dell’Unione. Cari amici e compagni della sinistra che sperate di recuperare una sovranità nazionale ormai illusoria, in questi giorni di rilancio del messaggio di Altiero Spinelli dovreste rivedere quello che per molti è il contenuto centrale del Manifesto di Ventotene: la nuova linea di divisione fra reazionari e progressisti passa fra chi si batte per il potere nazionale e chi lotta per l’emergere della democrazia europea.

Senza contare che il nuovo protagonismo della Commissione riaffermato in questa circostanza chiarisce che il metodo del funzionalismo comunitario ha certo molti limiti, ma risulta senz’altro più efficace della gestione intergovernativa dei destini dell’Europa, sistema che in seguito alla crisi si è rafforzato enormemente, e che tollera l’indecenza della concorrenza fiscale fra gli stessi membri di un’unione economica in formazione, come dimostra l’aliquota bassissima scelta dall’Irlanda per tassare i capitali. Ecco un insegnamento che andrebbe meditato anche da chi, come il premier italiano Renzi, non dovrebbe accontentarsi di essere entrato a far parte del nuovo triumvirato che ambisce a governare oggi l’Europa, insieme alla Merkel e a Hollande.

Ultimo punto di rilievo. Tim Cook, capo della Apple, trascurando la circostanza che la base giuridica della decisione della Vestager riguarda non tanto il trattamento fiscale di favore quanto il fatto che i vantaggi ottenuti dalla sua azienda si configurano come aiuti di Stato, proibiti sin dalla nascita della Comunità europea, protesta perché la Commissione avrebbe disconosciuto la sovranità fiscale dei paesi membri, nello specifico dell’Irlanda, il cui governo ha concesso le incredibili agevolazioni tributarie alla multinazionale Usa. Per quanto la sua lamentela non sia giuridicamente fondata, è vero che le materie relative alle imposte sono ancora oggi protette dal veto nazionale. Lo stesso che impedisce all’Unione di fare progressi verso la soluzione dei problemi della zona euro, con il passaggio a forme sempre più avanzate di democrazia europea, anche nel campo della tassazione dei fattori produttivi.

Autore
Franco Praussello
Author: Franco Praussello
Bio
Prof. Franco Praussello - Professore ordinario fuori ruolo di Politica economica - Cattedra Jean Monnet ad personam in “EU economic studies”
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