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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Barcellona, 11 settembre 2017. Festa della comunità catalana. Foto di Teresa Grau Ros (CC CC BY-SA 2.0)

L'intangibilità dei confini, insieme all'Unione Europea ci ha garantito oltre settant'anni di pace. Anzi le classi politiche e le classi dirigenti del secondo dopoguerra sposarono le geniali idee di Monnet e Schuman, che erano e sono molto più di questioni di confini, per evitare che gli Stati modificassero i confini con l'uso della forza.

In questi giorni viene evocato il precedente del divorzio pacifico tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia del 1993. Si tratta di un esempio tirato in ballo a sproposito. Subito dopo il crollo del comunismo la Cecoslovacchia era un sistema confederale disciplinato dalla costituzione comunista, una carta che aveva il dichiarato obiettivo della parità tra cechi e slovacchi nella gestione della cosa pubblica. In realtà quella costituzione nel caso di divergenza tra Praga e Bratislava impediva di prendere qualsiasi tipo di decisione.

Così nei primi anni novanta la politica di Praga fu dominata dal primo ministro Vaclav Klaus, detto la Thatcher dell'Europa dell'est, che aveva un rapido programma di privatizzazioni; quella di Bratislava fu dominata dal populista Vladimir Meciar, che di fatto mettendo insieme estremisti di destra e nostalgici del regime, si opponeva alle scelte di Klaus. Si arrivò ad un impasse istituzionale che si sbloccò solo con un negoziato tra i due premier che portò al divorzio di velluto e suscitò notevoli polemiche perché era diffusa la convinzione che se vi fosse stato un referendum sia la maggioranza dei cechi che quella degli slovacchi si sarebbe espressa per rimanere insieme.

La paura di un ritorno al comunismo dei cechi, la paura delle privatizzazioni selvagge degli slovacchi, l'assenza di partiti nazionali e forse anche la debolezza di una società civile impegnata a tempo pieno nel superamento del comunismo favorirono l'inerzia che portò alla secessione. Giustificare i separatismi sulla base della separazione tra cechi e slovacchi e' un errore sia perché si tratta di un caso fortuito contro decine di casi drammatici, sia perché è metodologicamente sbagliato trarre una regola generale da un caso caratterizzato da condizioni istituzionali e politiche più uniche che rare.

La vera storia cecoslovacca da raccontare e' quella avvenuta tra le due guerre. Nel 1919, con l'avvento del principio dell'autodeterminazione di Theodore Woodrow Wilson la Cecoslovacchia guadagnò l'indipendenza dall'Austria. Il neonato paese era assai eterogeneo, almeno quanto l'austro Ungheria, contando oltre i cechi e gli slovacchi una significativa minoranza tedesca e una di lingua ungherese. Il primo presidente e padre fondatore della nazione Tomas Garrigue Masaryk aveva promesso di fare della Cecoslovacchia una nuova Svizzera ed un ponte tra l'est e l'ovest. Masaryk studiò a Vienna e fino alla scelta dell'esilio con lo scoppio della prima guerra mondiale fu un leale servitore della monarchia asburgica. Parlamentare del Reichsrat di Vienna, denunciò molte volte il razzismo e antisemitismo e attaccò i cechi che proponevano l'uso di mezzi violenti contro Vienna. La moglie di Masaryk era americana e Masaryk addirittura aggiunse al suo cognome quello della moglie (Garrigue). Edvard Benes, ministro degli esteri della Cecoslovacchia e presidente dalla morte di Masaryk all'avvento dei comunisti aveva conseguito un dottorato all'estero. La Cecoslovacchia non aveva una leadership razzista, anzi era guidata da uomini colti, tolleranti, cosmopoliti. Eppure nel trattare le minoranze la piccola Cecoslovacchia si dimostrò ben peggiore della grande Austria.

Negli anni trenta i cittadini di lingua tedesca della regione dei Sudeti, un'area industriale e mineraria al confine con la Germania, cambiarono radicalmente i loro orientamenti politici, diventando la quinta colonna di Hitler in Europa Centro-orientale concorrendo alla fine della prima repubblica cecoslovacca. Nel 1937 Mararyk morì. Benes assunse la presidenza della Repubblica e coordinò la resistenza ai nazisti dell'esilio di Londra. Ritornato in patria nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale, il politico boemo sarebbe stato firmatario dei cosiddetti decreti Benes, provvedimenti non approvati da alcun parlamento, che privarono quasi tutti i boemi germanofoni dei loro diritti politici e di tutte le loro proprietà sulla base di criteri assai dubbi per determinare il loro coinvolgimento nell'occupazione nazista della Cecoslovacchia (1938-1945).

I separatismi sono quindi fenomeni che necessariamente si caratterizzano per derive nazionaliste anche quando sono guidati da leadership evidentemente antirazziste. Fare le scelte peggiori ha effetti nefasti anche quando le fai con gli uomini e con le donne migliori.

E' tra l'altro assai discutibile la posizione di chi ritiene che l'indipendentismo non pone rischi laddove storicamente non si sono registrate pulsioni nazionaliste. In Bosnia e' stata combattuta una delle più tragiche guerre del novecento, il nazionalismo che l'ha causata e' stato inventato in pochi mesi. Fino all'inizio degli anni novanta i musulmani ed i serbi di Bosnia potevano essere distinti solo sulla base dei loro cognomi, avevano le stesse tradizioni al netto di quelle religiose, parlavano la stessa lingua, era elevata l'incidenza dei matrimoni misti a differenza di quanto avveniva nel vicino Kossovo. Quando i nazionalisti di tutte le estrazioni cominciarono a fomentare il popolo i musulmani sostituirono il saluto slavo dobro dan con il saluto arabo salam ed i serbi e i croati per distinguersi iniziarono ad inventare neologismi. Quando una terra cade nelle mani di élite nazionaliste se non ci sono diversi con cui far guerra si inventano le diversità.

La storia dell'Europa centro orientale, meno recente ma soprattutto recente purtroppo fornisce per le nostre analisi empiriche materiale abbondate e drammatico. Il divampare dei secessionismi nella ex Jugoslavia ha avuto effetti drammatici in Croazia, Bosnia, Kossovo e Macedonia. Nelle tre repubbliche baltiche ed in Ucraina dopo il tracollo dell'Unione Sovietica le minoranze russofone sono state ampiamente discriminate ed oggi possono essere per Putin quello che diversi decenni fa furono i germanofoni dei tedeschi per Hitler. In Crimea, con il recente passaggio dall'Ucraina alla Russia non sono finite le discriminazioni, sono solo cambiate le minoranze discriminate.

Le tante evidenze storiche devono essere quindi un monito. Occorre rispettare la legalità costituzionale che in (quasi) tutti gli Stati al mondo nega il diritto alla secessione. Il diritto all'autodeterminazione dei popoli e' uno stato d'eccezione, come ricorda Piero Graglia, professore associato dell'Università Statale di Milano e' riconosciuto a popoli sotto dominio coloniale, a nazioni occupate dallo straniero, a gruppi minoritari che all'interno di uno Stato sovrano si vedano rifiutato l'accesso al potere politico. Tali circostanze non ricorrono nel caso della Catalogna.

Le donne e gli uomini delle istituzioni europee devono quindi tenere presente che la ragion d'essere dell'Unione e' il contrasto ai nazionalismi, ma Bruxelles non si può limitare a fare il notaio dei confini. Dopo una buona partenza negli anni novanta l'Unione ha trascurato i tanti segnali drammaticamente negativi provenienti soprattutto da est, e' tempo quindi di fare una seria politica per le minoranze che per esempio miri al pieno riconoscimento dei diritti dei russofoni sul baltico e metta un freno ai comportamenti goffamente ostili del governo slovacco di sedicente sinistra nei confronti delle minoranze magiare, che hanno il solo effetto di dare energie alle politiche nazionaliste del premier ungherese Orban. La questione catalana oggi non pare questione di diritti ma diatriba legata a vicende economiche.

Autore
Salvatore Sinagra
Author: Salvatore Sinagra
Bio
Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Vive a Milano. Si occupa di valutazione di partecipazioni industriali e finanziarie. È un convinto sostenitore del federalismo europeo e della necessità di piani di investimento europei che rilancino il tessuto industriale europeo puntando sulle nuove tecnologie. E' membro del comitato centrale del Movimento Federalista Europeo dal 2015.
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