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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Abolire la miseria di Ernesto Rossi

Il 2016 è iniziato in Europa con una fortissima crisi di sistema dettata dal flusso dell'immigrazione che sta minando alla base gli accordi di Schengen sulla libera circolazione. Il dramma ha profili economici e sociali che richiedono politiche europee molto più incisive.

Ciò è emerso dagli interventi di Draghi, Timmermans e Schäuble nel recente World Economic Forum di Davos, ma anche dalla Commissione europea per voce del presidente Juncker.

C’è un mix di problematiche che rischia di far soccombere il percorso dell’integrazione e sta nella combinazione “emergenza immigrazione-disoccupazione”.

L’Unione europea risponde come può. Si è sostenuto il parallelismo tra questa crisi con quella economica scoppiata nel 2008. Allora le istituzioni

europee vennero dopo gli Stati membri, che si azionarono indipendentemente, soltanto successivamente collaborando con qualche azione comunitaria (ricordiamo l’istituzione dei fondi Efsf e Esm) ed il Piano Juncker per gli investimenti.

Ma dobbiamo osservare (come acutamente fatto dai federalisti europei e da ultimo da Quadrio Curzio sul Sole 24 ore di martedì 26 gennaio 2016, “Fondi all’immigrazione per un’Europa più forte”) che rispetto alla crisi che ha interessato il periodo 2008-2014 non c'è una Bce che ha messo in sicurezza l’Uem e l'euro (diversamente avremmo avuto il crollo della costruzione europea).

L'aumento del flusso di immigrati pone problemi umanitari, culturali e sociali, di convivenza e integrazione, di finanze pubbliche, di disoccupazione e di nazionalismi emergenti.

Bisogna essere consapevoli che “l'accoglienza va resa durevole con misure economiche e sociali adeguate che neppure i Paesi più noti per la loro capacità di integrazione sembrano adesso in grado di mantenere”. E così vari Paesi dell'area Schengen (Danimarca, Svezia, Norvegia, Francia, Austria e per taluni aspetti anche la Germania) hanno reintrodotto temporaneamente i controlli alle frontiere.

Lo faremo anche noi? Alla domanda ha risposto il sottosegretario Gozi(1): «Il più grande successo dell’integrazione europea deve essere salvato. Senza Schengen si uccide l’idea di Europa, non c’è più l’Erasmus per i giovani, non c’è più mercato unico. Dobbiamo uscire dall’illusione di poter trovare soluzioni nazionali e non dobbiamo cedere alla tentazione di facili scorciatoie siano essi muri o controlli alle frontiere interne. Noi non lo faremo».

La crisi di Schengen – ha scritto Martinetti (la Stampa di martedì 26 gennaio 2016, pagina 1, “Un nucleo più piccolo e forte per superare la crisi - Ma non è la fine dell’Europa”) - è la crisi dell’Europa, ma non è la fine dell’Europa. “Piuttosto la fine di un’Europa costruita male. Da crisi come questa se ne può uscire più forti a patto di ricostruire in modo più accorto e sostenibile e che di tutto questo se ne facciano garanti governi e leader capaci di affrontare responsabilmente le crisi dando le risposte che i loro cittadini si attendono. Ma la strada è sempre più stretta, la rottura epocale. E da oggi la fine dell’Europa tout court non è più uno spauracchio, ma una prospettiva non irreale”.

II presidente della Commissione europea Juncker al Parlamento europeo ha detto che limitare la movimentazione delle persone e delle merci sarebbe gravissimo. Nell'area Schengen ogni giorno 1,7 milioni di lavoratori attraversano le frontiere, i soli viaggi d'affari sono 24 milioni e i passaggi di trasporti stradali 57 milioni. Da qui si ridurrebbe la forza del mercato comune, e poi via via entrerebbe in discussione anche la moneta unica e quindi tutta la costruzione Europea.

II ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha affermato che la Germania sosterrà i costi dell’emergenza per più di un milione di immigrati e lo farà grazie al surplus di bilancio pubblico di circa 12 miliardi nel 2015. Ma Berlino non può farcela da sola, sono le istituzioni europee che devono governare la crisi degli immigrati. Si apre così un nuovo problema economico circa chi e come finanzierà la spesa pubblica sia di Paesi membri che non hanno surplus di bilancio (come l'Italia a cui si vorrebbe negare al proposito una minima flessibilità) sia della UE che per spendere deve avere.

Per noi, ancora una volta, sono solo gli investimenti infrastrutturali europei materiali e immateriali come la formazione e l'occupazione, la soluzione di lungo periodo per dare quel lavoro che genera integrazione economica e sociale.

Schäuble ha prefigurato l'urgenza di quello che è stato definito un “Piano Marshall” per investimenti nel Nord Africa e nel Medio Oriente (sulla stessa lunghezza d'onda si è espresso anche il primo vice presidente della Commissione Europea Timmermans che ha proposto un Piano Juncker per i Paesi di provenienza dei migranti).

Non è una proposta nuova, anzi. Come ricordato da Alberto Majocchi (“Un piano per l’Europa. Sviluppo sostenibile e occupazione”, il Mulino, 2015) appare importante richiamare un’idea di Altiero Spinelli (“Pci, che fare?”, Torino, Einaudi, 1978) che, riprendendo un tema keynesiano, mette in evidenza come le possibilità di crescita in Europa – una volta «esauritosi il grande serbatoio della domanda interna» – siano legate alla disponibilità «di un altro analogo serbatoio di domanda potenziale da attualizzare progressivamente e per un lungo periodo». E la risposta di Spinelli è che «i paesi in via di sviluppo – l’immenso Sud del mondo, ma senza dimenticare il piccolo Sud che è nell’interno dei paesi più avanzati – sono proprio quell’enorme riserva di domanda potenziale verso le economie dei paesi sviluppati, che può essere convertita progressivamente in domanda reale».

Un esempio storico di questa politica illuminata è esattamente il ricordato “Piano Marshall”, con cui gli USA garantirono la riconversione – dalla produzione bellica alla produzione propria dei periodi di pace dell’industria americana, che verrà sostenuta in sostanza dalla domanda di importazioni provenienti dall’Europa. Spinelli riprese questo tema suggerendo che “il Nord dovrebbe fare al Sud la grande proposta di trasferire di anno in anno, gratuitamente o a condizioni molto agevolate, mezzi monetari da adoperare non per sopperire ai bisogni delle popolazioni affamate – ciò deve restare nella categoria dell’elemosina – ma per la realizzazione di piani di sviluppo, preparati dai paesi stessi, se necessario con l’assistenza tecnica dei paesi avanzati”.

“Bisognerebbe organizzare nei nostri paesi un servizio obbligatorio del lavoro – osservò Spinelli - in cui dovrebbero essere arruolati per un certo periodo i giovani dei due sessi, selezionando i generi di lavoro che meglio si prestano ad essere così affrontanti. Ciò implica l’introduzione nella società di elementi nuovi di etica e di solidarietà sociale.”

All’origine di questa proposta sta evidentemente la collaborazione con Ernesto Rossi nell’elaborazione del Manifesto di Ventotene. In realtà sul tema del lavoro Rossi propone un obiettivo diverso, ossia l’abolizione della miseria (E. Rossi, “Abolire la miseria”, Roma-Bari, Laterza, 1977). Dopo aver rilevato che una politica per superare le condizioni di povertà non può essere finanziata attraverso il sistema fiscale, in quanto il maggior prelievo necessario renderebbe difficoltoso il buon funzionamento del mercato, Rossi propose come soluzione alternativa la fornitura gratuita dei beni privati e dei servizi pubblici essenziali per una vita dignitosa, prodotti attraverso prestazioni personali da un “esercito del lavoro”.

La sua proposta si basava su tre argomentazioni ha concluso Majocchi (cit.): 1) il servizio del lavoro obbligatorio avrebbe tolto all’assistenza statale quel carattere umiliante di elemosina che ha sempre avuto; 2) il servizio nell’esercito del lavoro avrebbe fatto sentire a ogni individuo in modo più immediato i rapporti di solidarietà che lo avvincono agli altri membri del consorzio civile; 3) con l’esercito del lavoro tutti avrebbero sopportato una eguale quota del costo dei servizi pubblici a vantaggio della collettività.

Per spiegare i fatti nuovi del mondo contemporaneo non possiamo prescindere dall’“usare” strumenti di analisi efficaci. Spinelli e Rossi sono due campioni da questo punto di vista. Grazie a loro, oggi, impieghiamo un nuovo paradigma, il federalismo europeo, come “canone di interpretazione della politica” (A. Spinelli, “Diario Europeo”, pag. 214, vol. I).

 

(1) Il Messaggero di martedì 26 gennaio 2016, pagina 4, Intervista a Sandro Gozi - «Difendiamo la libera circolazione rafforzando le frontiere esterne» di Conti Marco. «Rafforzare le frontiere esterne con l’istituzione di una polizia comune europea. Inoltre realizzare l’asilo comune in modo che ci sia condivisione dell’onere. Occorre lavorare sui rimpatri e attuare in maniera efficace le conclusioni del vertice della Valletta di novembre dove europei e africani hanno deciso di gestire insieme il sistema dei flussi». Quando tutto questo? «Aspettiamo con interesse le proposte che la Commissione farà al Consiglio europeo di febbraio sull’istituzione di una guardia costiera europea e in materia di revisione dei trattati di Dublino. Ciò che ha annunciato il commissario per l’immigrazione Dimitri Avramopoulos al vostro giornale va nella giusta direzione. Inoltre occorre essere molto rapidi per attuare gli accordi raggiunti nell’autunno dello scorso anno». «Noi abbiamo già aperto tre centri di accoglienza sui cinque previsti. Servono però anche i rimpatri e che si proceda ad una distribuzione equa dei migranti».

Autore
Mario Leone
Author: Mario Leone
Bio
Mario Leone, laureato in Giurisprudenza presso l’Università de la Sapienza di Roma, con una tesi in Scienza delle finanze dal titolo Unione monetaria europea e sistema federale, ha conseguito un master in “Giurista di impresa” presso l’Università di Roma Tre e un master in “Diritto tributario professionale” presso l’Università di Roma Tor Vergata. Attualmente è funzionario-esperto della Direzione centrale servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate. E’ entrato nella formazione giovanile del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1991 e nel Comitato centrale del Movimento nel 1995, di cui è attualmente membro. E' segretario del centro regionale del Lazio del MFE e presidente della sezione di Latina "Altiero Spinelli" del MFE. Ha realizzato con l’Associazione europea degli insegnanti (AEDE), l’AICCRE (Associazione italiana del consiglio dei comuni delle regioni d'Europa) e la Provincia di Latina, programmi di formazione sulle tematiche europee, è relatore sulla storia e il processo di integrazione europea in programmi di formazione scolastica. L’AEDE provinciale di Latina nel 2010 gli ha attribuito l’annuale Premio Europa per l’impegno profuso per la diffusione dell’ideale europeista. Ha collaborato con la rivista “Il Dibattito federalista” edito dalla Edif e con “Il Settimanale di Latina” sulle tematiche europee.
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