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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Stazione ferroviaria di Londra, ora di punta

1. Il contesto

Il prossimo 23 giugno i cittadini di sua maestà saranno chiamati a decidere circa la permanenza nell'Unione. Si voterà si per rimanere e no per lasciare l'Unione.
Il referendum britannico è sicuramente figlio del debole stato di salute dell'Unione: i dubbi sul futuro dell'euro e l'incapacità dei leader europei di dare risposte concrete alla crescente insicurezza economica e di altro tipo dei cittadini non potevano non avere ripercussioni in quei paesi in cui l'adesione al progetto europeo non è mai stata particolarmente solida.
Non è un caso che non solo in Gran Bretagna, ma anche in altri paesi come Polonia, Austria e Danimarca, che hanno sempre avuto una membership UE tormentata, l'opinione pubblica è sempre più preda di sentimenti euroscettici e le leadership locali sono sempre più tentate di combattere il populismo con il populismo.

Non è un caso neanche che in paesi dove la disoccupazione è bassa come la Gran Bretagna, dove il welfare tiene nonostante tutto come la Danimarca e l'Austria o dove ancora si può raccontare di miracoli economici come la Polonia, cresca la voglia di prendere le distanze da un'Europa continentale dove la disoccupazione si misura quasi ovunque con percentuali a due cifre e dove la corsa del debito sembra non aver mai fine.
L'area euro lacerata da divisioni, incapace di sintetizzare una volontà e di proiettare fuori dai suoi confini un'immagine non sembra in grado di attenuare questa narrazione per esempio spiegando che nella vecchia Europa continentale esistono paesi assai competitivi come la Germania e che in questi anni il deficit britannico è stato maggiore di quello francese ed enormemente superiore a quello italiano.

La campagna per il referendum è dominata dalla paura che l'Unione diventi presto un superstato e che il Regno Unito sia ridotto a semplice provincia. Gli euroscettici britannici sembrano vedere la federazione dietro l'angolo. Temono da sempre di non poter sfuggire per esempio ad imminenti integrazioni militari. Non è un caso che quando Blair aprì alla politica di sicurezza e difesa europea (PESD) fu costretto ad affermare che una cooperazione militare non avrebbe trasformato l'Ue in un superstato(1).

2. La trattativa Ue-Cameron

Il programma con cui Cameron ha vinto le elezioni 2015 prevedeva che con referendum i britannici avrebbero scelto se continuare il cammino con l'Unione Europea. Cameron ha in questi anni sempre affermato che Londra trae grande beneficio dal mercato comune, tuttavia ha sempre sottolineato che se non si fosse raggiunto un accordo per limitare la burocrazia e la over-regulation la Gran Bretagna avrebbe dovuto abbandonare l'Unione. Il premier britannico ha chiesto una trattativa con i rappresentanti dell'Ue promettendo in caso di conclusione della trattativa con esito positivo di fare campagna per la permanenza nell'Unione. Il ricorso al referendum è stato un azzardo figlio di una posizione di debolezza del primo ministro, pressato da dentro dall'ala più oltranzista ed euroscettica del suo partito che fa capo all'ex sindaco di Londra Boris Johnson e da fuori dagli euroscettici dell'United Kingdom Indipendence Party (UKIP) prima forza del paese alle europee 2014 e in doppia cifra alle politiche del 2015. Cameron ha ottenuto la possibilità di limitare le prestazioni del welfare per i cittadini degli altri stati membri dell'Ue per i primi anni della loro permanenza in Gran Bretagna, inoltre il Regno Unito sarà esentato da ulteriori progressi nell'integrazione europea (la c.d. Ever closer union). Il premier britannico non ha invece ottenuto specifiche esenzioni segnatamente a future regolamentazioni del settore finanziario.
I mercati ed i principali analisti politici, economici e finanziari sembrano attendere l'esito del referendum, non paiono particolarmente interessati agli effetti dell'accordo Cameron Ue.
La trattativa sui tagli al welfare per i cittadini Ue ha creato non pochi attriti tra la Gran Bretagna conservatrice ed i governi euroscettici di alcuni paesi dell'Europa dell'est, nonostante da ormai molti anni i tory britannici siano un modello per l'Europa orientale tendenzialmente di destra ed euroscettica.

3. Le posizioni dei partiti in Gran Bretagna e degli uomini delle istituzioni europee

Cameron dopo la conclusione dell'accordo a febbraio ha dichiarato che c'erano le condizioni per fare campagna per rimanere nell'Unione, tuttavia il partito conservatore si è spaccato perché l'ex sindaco di Londra Boris Johnson e il ministro della giustizia Michael Gove fanno campagna per l'abbandono dell'unione. Ovviamente gli euroscettici dell'UKIP sono pro Brexit. I laburisti sono per la permanenza nell'Unione anche se qualche voce critica nel partito afferma che Corbyn non si sta impegnando troppo (2) e vi è agli antipodi una fronda euroscettica (Labour for leave) che contravvenendo alla linea del partito sostiene l'abbandono dell'UE (3). I libdem sono ancora una volta la formazione piu' europeista.
La leader dello Scottish National Party Nicola Sturgeon ha affermato che se la Gran Bretagna rompesse i rapporti con l'Ue nel giro di due anni gli Scozzesi sarebbero chiamati ad un nuovo referendum sull'indipendenza.
Se tra i conservatori con il referendum si sta combattendo una vera e propria guerra di partito le tensioni sono meno nette nel Labour ove la fronda del no all'Ue appare una truppa fuori posto che sta combattendo una battaglia che appartiene a conservatori, liberisti e nazionalisti.

Il presidente della Commissione Juncker ha affermato che se Londra abbandonasse l'Ue i rapporti con l'Unione cambierebbero in modo significativo ha poi aggiunto che anche in caso di permanenza vi sarebbero aspetti difficili da gestire nell'attuazione dell'accordo con Cameron di cui nessuno sta parlando in campagna elettorale (4), il presidente del Parlamento Schulz ha ammonito che il referendum britannico potrebbe essere una forte spinta verso la disgregazione perché altri paesi potrebbero voler scegliere con il referendum ed ha affermato che se prevalessero i no non vi sarebbe altra scelta che rispondere con più Europa e con un'Europa migliore (5). Il presidente del Consiglio dell'unione, il polacco Tusk, che pure definisce un disastro un'Ue senza Londra si è smarcato affermando che l'euroscetticismo crescente è causato dalla miopia delle istituzioni UE, ormai da molto tempo non in sintonia con gli elettori ed ha aggiunto che il federalismo non è una risposta sostenibile anche alla luce dell'euroscetticismo crescente anche nei paesi fondatori (6).
Colpisce che Mario Monti, che spesso ha dichiarato di sentirsi politicamente vicino a Cameron sul terreno dell'economia e che afferma che un'Unione senza Londra sarebbe molto meno attenta alla concorrenza, alle liberalizzazioni ed ai mercati dica che i leader europei non avrebbero mai dovuto accettare il ricatto di Cameron e non avrebbero dovuto condurre alcun trattativa (7).

4. Le ragioni del Si e del No

I sostenitori del Si affermano che, soprattutto dopo le concessioni ottenute, i benefici della membership dell'Ue per Londra superano nettamente i costi. Dopo la conclusione dell'accordo il governo ha diffuso uno studio che stima i costi della Brexit in 3.000 sterline l'anno a famiglia. Gli euroscettici hanno subito bollato tali previsioni come poco credibili e per la verità anche analisti neutrali se non vicini a Cameron hanno parlato di scenari probabilmente esagerati (8). Cameron ha affermato che chi sceglie l'opzione Brexit è autolesionista (9). Colpisce che molti dei membri di uno dei governi più euroscettici d'Europa oggi non solo dipingano come catastrofico un divorzio Londra-Bruxelles ma si facciano perfino attaccare sui numeri.
Il fronte del no sembra puntare soprattutto sulla paura dell'immigrazione, sono a proposito emblematiche le posizioni del ministro della giustizia Gove.
Esiste poi un filone di euroscettici che attacca l'Unione anche sulla base di considerazioni economiche contestando da destra le analisi di Cameron, si tratta dei più oltranzisti eredi di Margareth Thatcher. L'uomo che meglio rappresenta tale prospettiva è l'ex sindaco di Londra Boris Johnson, che come la lady di ferro ha avuto modo di definire l'Unione una realtà iperburocratica e nazista. Johnson ritiene che senza Bruxelles la Gran Bretagna potrebbe essere più competitiva nel contesto della globalizzazione e più vicina agli Stati Uniti. Johnson quando era sindaco di Londra sembrava pensare che con l'abbandono dell'UE Londra potesse diventare una Singapore d'occidente. Non appariva troppo preoccupato del fatto che Londra dovesse convivere nello stesso Stato con regioni deindustrializzate come la Scozia, il Galles o parte del nord dall'Inghilterra non certo abitate da popoli desiderosi di essere appendici della City.
Vi è poi una fronda di euroscettici di sinistra, capitanata dal giornalista economico Paul Mason, il quale sostiene che nell'Unione non sia possibile effettuare politiche ridistributive. Tale parte politica non sembra particolarmente condizionata dal fatto che per esempio negli Stati Uniti la gran parte delle politiche redistributive tra le persone e gli Stati è stata varata molto dopo la nascita della federazione, né troppo attenta al fatto che in questi anni le disuguaglianze non sono cresciute moltissimo solo nei paesi deboli dell'area Euro ma anche in Stati come la Gran Bretagna e la Svezia perennemente sull'uscio della casa comune europea. Gli unici timori di buona parte della sinistra radicale euroscettica sono legati al fatto che la campagna pro Brexit li obbliga ad unire le forze con l'estrema destra e con i falchi del partito conservatore (10).
Infine c'è una parte dei laburistiche sostiene l'abbandono dell'UE sulla base di motivazioni non troppo diverse da quelle dei falchi liberisti. Colpisce che il responsabile in Scozia della campagna laburista per l'abbandono dell'UE Nigel Griffiths attacchi duramente le regole europee per limitare i bonus dei banchieri(11).

5. Cosa succede se vince il no

È difficile prevedere cosa succederebbe se le urne decretassero il successo degli euroscettici.
I principali analisti affermano che la maggior parte dei costi graverebbe su Londra, tuttavia come sottolinea un attento autore federalista, il giornalista francese Bernard Guetta l'abbandono di un grande paese membro potrebbe essere "l'ultimo chiodo sulla bara dell'Unione" (12).
Le principali ripercussioni di tale scelta dipenderebbero in gran parte dalle scelte della politica: Da una parte il governo di Londra dovrebbe lavorare ad una serie di accordi commerciali per ricollocare il proprio paese nella globalizzazione e rispetto all'Ue, dall'altra i governi che non vogliono fare saltare l'Euro e desiderosi di proseguire con l'Unione sempre più stretta, di concerto con la Commissione e con la BCE dovrebbero dare un segnale forte.

Tra gli esiti probabilmente più graditi al governo britannico in caso di Brexit vi sarebbero lo status di membro dello Spazio Economico Europeo (è oggi la posizione della Norvegia) o una partnership più stretta rispetto a quella della Norvegia.

Si noti che nonostante oggi Londra appaia avere più frecce nella faretra di Bruxelles una prima analisi porta a ritenere che sia il Regno Unito a correre i maggiori rischi. In molti compreso il prudente governatore della Bank of England Mike Carney sottolineano che il ruolo della City nel mondo potrebbe essere intaccato dalla Brexit e il Brexit in ogni caso comporterebbe una recessione (13). Si noti che la Gran Bretagna ha un deficit di bilancio elevatissimo fin dal 2007 e secondo molti economisti i deficit ormai decennali e ben superiori al 3% di Maastricht sono sostenibili solo grazie agli investimenti diretti esteri concentrati nel settore finanziario.
Probabilmente alcuni conglomerati finanziari sposterebbero le loro sedi londinesi in una piazza finanziaria UE e la più ragionevole scelta cadrebbe tra Parigi, Francoforte e Milano. Altra scelta più soft sarebbe quella di mantenere la sede londinese riducendo fortemente l'organico. Tuttavia nessuna multinazionale probabilmente farebbe scelte repentine, ma attenderebbe l'esito delle trattative per la definizione delle relazioni commerciali UE-UK che potrebbero durare almeno un paio d'anni.
Altro fronte rischioso è quello dei trattati internazionali sui commerci e sugli investimenti. Non solo Londra si troverebbe probabilmente fuori dal TTIP, ma si troverebbe a rinegoziare molti accordi commerciali e le trattative sul TTIP ci hanno dimostrato che mai come oggi l'opinione pubblica è stata tanto ostile al libero scambio. Non si tratta certo di un esito gradito a Cameron ed ai suoi elettori.
Non bisogna poi trascurare che il divorzio Londra Bruxelles potrebbe propiziare il divorzio Edimburgo-Londra. Da una parte Cameron potrebbe passare alla storia come il premier che ha fatto collassare il Regno Unito dall'altra la Scozia indipendente da Londra, come scrive il Nobel per l'economia Krugman potrebbe somigliare molto più alla Spagna che alla Norvegia (14).

L'unica conseguenza scontata sarebbe una crescita dell'instabilità che in attesa della politica sarebbe gestita dai banchieri centrali, Draghi da Francoforte e Carney da Londra affermano di essere pronti a gestire qualsiasi situazione. Presto capiremo se i banchieri centrali sono ancora capaci di tranquillizzare i mercati o se come qualcuno afferma hanno finito le munizioni (15). Permane il problema che la forzata iperattività delle banche centrali, tanto amata dai politici perché non ha costi sul bilancio dello Stato ci espone a grossi rischi. Sembra abbiamo imparato ben poco dagli ultimi terremoti finanziari (16).

Approfondimenti:
1) G. CRIVELLI, tra Italia e Gran Bretagna piena sintonia, 21 febbraio 2003, IlSole24Ore; V. ZUCCONI, Iraq, l'orgoglio di Blair, la storia ci darà ragione, 18 luglio 2003
2) J. HARTLEY BREWERJeremy Corbyn should be campaigning for Brexit, but he just doesn't care. Telegraph. 1 marzo 2016; C. COOPER, EU referendum: Former labour leader against Brexit, without Jeremy Corbyn, indipendent 4 giugno 2016; J.PICKARD Corbyn accused of sabotaging remain case, Financial Times, 2 giugno 2016
3) www.labourleave.org; N. GRIFFITHS, don't exaggerate the risk of leaving the EU. Bloomberg brief Brexit special 27 aprile 2016
4) Se sarà Brexit i disertori non verranno accolti a braccia aperte, annuncia Juncker, eunews, 20 maggio 2016; J.P. STROOBANTS, A. SALLES; C. DOCORTIEUS, Les diserteurs ne seront pas accueillis a bras ouvertes previent M. Juncker, Le Monde, 20 maggio 2016
5) I. KUMAR, Martin Schulz: Troppi nazionalismi nell'UE, governi cinici su crisi dei rifugiati, euro news, 12 maggio 2016
6) A. EVANS PRITCHARD, Tua blames utopian EU élites For eurosceptic revolt and Brexit, Telegraph, 31 maggio 2016
7) Incontro con Mario Monti e con il diplomatico Giancarlo Aragona organizzato a Milano dall'ISPI il 31 maggio 2016
8) Bloomberg brief, Brexit Special 27 aprile 2016
9) Brexit: Toni durissimi in televisione, eronews 3 giugno 2016
10) P.MASON, the left wing case for Brexit, guardian, 16 maggio 2016
11) N. GRIFFITHS, don't exaggerate the risk of leaving EU. Bloomberg brief, special Brexit 27 aprile 2016
12) B.GUETTA, cosa succederebbe davvero se Londra lasciasse l'Unione Europea, L'internazionale, 5 febbraio 2016
13) L. MAISANO. Carney, il Brexit porterà recessione. Ilsole24ore, 13 maggio 2016
14) P.KRUGMAN, Scots, what the hech, New York Times, 7 settembre 2014
15) M.ZATTERIN, Pronti a tutto in caso di Brexit. Draghi alza le stime del PIL europeo. 3 giugno 2016
16) R.G.RAJAN, terremoti finanziari,Einaudi, Torino, 2012. R.G.RAJAN, il mondo ha bisogno di una pace monetaria,il Sole24ore 29 dicembre 2015. Raghuram Rajan già economista dell'università di Chicago è attualmente governatore della Bank of India.

Autore
Salvatore Sinagra
Author: Salvatore Sinagra
Bio
Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Vive a Milano. Si occupa di valutazione di partecipazioni industriali e finanziarie. È un convinto sostenitore del federalismo europeo e della necessità di piani di investimento europei che rilancino il tessuto industriale europeo puntando sulle nuove tecnologie. E' membro del comitato centrale del Movimento Federalista Europeo dal 2015.
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