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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Nel Paese delle “scommesse” il 23 giugno si giocherà una grande partita. Non parliamo di Europei di calcio, ma sempre di una “competizione” che può riservare delle sorprese più o meno gradevoli. Non siamo ai livelli del Leicester di Claudio Ranieri laureatosi campione d'Inghilterra, anche se i bookmakers lo davano a inizio stagione calcistica a 5.000 contro uno. Siamo comunque in Gran Bretagna, il Paese liberale per eccellenza, ma anche conservatore.

Tra una settimana si apriranno le urne referendarie. Quesito: “Il Regno Unito deve rimanere un membro dell'Unione Europea o uscire dall'Unione Europea?”. E’ la domanda rivolta a circa 50 milioni di cittadini aventi diritto di voto. Le risposte al quesito al referendum meglio identificato come “Brexit” sono soltanto due: “Remain” o “Leave”, restare o lasciare.
I sondaggi danno in pole il fronte favorevole alla permanenza nella UE “quotato” in media a circa 1,3 contro il 3,5 per l’uscita dall’UE.

Poiché le statistiche e le previsioni messe insieme danno un quadro interessante diciamo pure che l'età potrebbe essere il fattore determinante, il discrimine anagrafico che potrebbe fare la differenza. L’età media degli elettori è calcolata intorno ai 40 anni, mentre un 20% della popolazione è composta da giovani di età compresa fra 20 e i 34, considerati i più europeisti. Il “salto” generazione, dicono le ricerche, sembrano essere i 43 anni, età che sposta l’ago della bilancio verso il “leave”; un piatto che diventa ancor più “pesante” tra gli over 60, circa il 23% della popolazione.

Sull’umore popolare grava, in realtà, una voglia anti-sistema che va molto oltre i temi-chiave del dibattito, siano essi le conseguenze sull’economia o le politiche sull’immigrazione. Sta emergendo una volontà di frattura che sfugge alla solidità dei numeri, alla linearità logica del contraddittorio, all’essenza stessa del voto.

“Un sonnambulo che cammina verso l’abisso, a questo assomiglia Londra in queste ore”, ha scritto Leonardo Maisano (9 giugno 2016, Il Sole 24 ore), “sordo a tutti i richiami, eccetto quelli della pancia dettati, come sono, da un menu variabile che spesso con l’Europa non ha niente a che fare. I rischi di un referendum, si dirà. Certo, i rischi di un referendum che, proprio per questo, non si doveva fare”. E invece sta lì, pronto a dare uno scossone comunque indipendentemente dall’esito. Ma che ha messo sul banco degli imputati non l’Europa, ma un certo modo di agire da parte di lobby e politici, uniti in affari. “La voglia di un pronunciamento irrazionale per punire l’establishment, per colpire i banchieri, per frenare le dinamiche globali, cresce come mai prima d’ora non appena si esce dal mondo ovattato di Londra – conclude Maisano -. La capitale stessa, idrovora che succhia le risorse di un Paese intero, è spesso percepita nelle marche del Regno come il nemico da umiliare”.

A Strasburgo, dove si è riunito in sessione plenaria il Parlamento europeo, Farage, leader dello UK Independent Party, ha auspicato che il suo intervento in aula fosse l’ultimo e che il voto pro Brexit del 23 giugno “non sia solo il giorno dell’indipendenza del Regno Unito, ma anche quello che segna la fine del progetto europeo”.

Già perché non è solo la Brexit a far paura.

L’“Euroscetticismo” è al centro dell’analisi di Bruce Stokes racchiusa in un articolo comparso sul sito del Pew Research Center di Washington.

Secondo questa indagine appena il 51% degli interpellati nei 10 principali Paesi europei considera favorevolmente l’Unione. Il 42% vorrebbe assistere a un trasferimento di poteri dal centro alla periferia, mentre solo il 19% crede che convenga trasferire maggiori poteri a Bruxelles, mentre il 27% si ritiene favorevole allo status quo. Il 70% degli interpellati in nove Paesi dell’Unione (esclusa quindi la Gran Bretagna) ritiene che l’eventuale uscita del Regno Unito dalla Ue avrebbe effetti negativi. L’euroscetticismo non è solo riconducibile a un fattore “territoriale” o “ideologico”.

In Francia, ad esempio, dove si voterà per le presidenziali nel 2017, solo il 38% degli interpellati ha una visione favorevole dell’Europa, rispetto al 55% di un anno fa; nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni l’Europa raccoglie pochi consensi. Anche in Italia i favorevoli all’Unione sono scesi dal 64 al 58%. «I motivi dietro all’aumento del sentimento di disaffezione nei confronti del progetto europeo sono direttamente legati al modo in cui Bruxelles ha gestito la crisi economica e l’emergenza dei rifugiati», dicono al Pew Research Center. E non è un caso, quindi, che proprio in Italia ma anche, se non soprattutto in Grecia, sia in forte aumento l’euroscetticismo.

Non è una questione di visione di destra o di sinistra. Gli europei sono divisi non lungo linee ideologiche in alcuni Stati infatti l’euroscetticismo è una questione di destra, in altri è una delle cause di sinistra. Paradossalmente, i Paesi più europeisti sono l’Ungheria e la Polonia, guidati entrambi da governi nazionalisti.

La stessa analisi però trova la chiave di volta interpretativa: l’aspetto istituzionale dell’UE.

Infatti, contro il progetto europeo e le istituzioni comunitarie si muove uno “spettro” non positivo, la mancata realizzazione di una maggiore integrazione che avrebbe potuto portare, nel giro di qualche anno, a partire dal Trattato di Maastricht fino alla realizzazione di una federazione europea. Già, perché la “zoppia” di cui soffre l’UE da una parte (la moneta unica con la BCE a governarla) immersa in una politica di tipo federale, dall’altra in balìa dell’isterismo nazionale in seno al Consiglio di impronta confederale.

Davanti alle incertezze, non dobbiamo fermarci ad assistere ad una lotta tra il “prendere” o il “lasciare” rispetto l’attuale esito storico del percorso di integrazione, anzi, dobbiamo rilanciare e superare gli slogan da campagna referendaria, pretendendo “più” Europa, gli Stati Uniti d’Europa.

Autore
Mario Leone
Author: Mario Leone
Bio
Mario Leone, laureato in Giurisprudenza presso l’Università de la Sapienza di Roma, con una tesi in Scienza delle finanze dal titolo Unione monetaria europea e sistema federale, ha conseguito un master in “Giurista di impresa” presso l’Università di Roma Tre e un master in “Diritto tributario professionale” presso l’Università di Roma Tor Vergata. Attualmente è funzionario-esperto della Direzione centrale servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate. E’ entrato nella formazione giovanile del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1991 e nel Comitato centrale del Movimento nel 1995, di cui è attualmente membro. E' segretario del centro regionale del Lazio del MFE e presidente della sezione di Latina "Altiero Spinelli" del MFE. Ha realizzato con l’Associazione europea degli insegnanti (AEDE), l’AICCRE (Associazione italiana del consiglio dei comuni delle regioni d'Europa) e la Provincia di Latina, programmi di formazione sulle tematiche europee, è relatore sulla storia e il processo di integrazione europea in programmi di formazione scolastica. L’AEDE provinciale di Latina nel 2010 gli ha attribuito l’annuale Premio Europa per l’impegno profuso per la diffusione dell’ideale europeista. Ha collaborato con la rivista “Il Dibattito federalista” edito dalla Edif e con “Il Settimanale di Latina” sulle tematiche europee.
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