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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Libro di Piketty

di Salvatore Sinagra

Di recente Danilo Taino, editorialista del Corriere della Sera, ha attaccato Thomas Piketty, autore del fortunato libro il Capitale nel XXI secolo, tacciandolo di terzomondismo(1). L’economista francese ha provato a dare una spiegazione economica all’escalation del terrorismo islamico, puntando il dito contro le disuguaglianze. Pochi giorni dopo la polemica Papa Francesco dall’Africa ha nella sostanza detto le stesse cose di Piketty.

Nessuno ha attaccato il Pontefice a testa bassa, ma non sono mancati commentatori che hanno affermato che il Papa sbaglia perché a partire dagli anni ottanta probabilmente le disparità sono aumentate, ma c’è stata una significativa contrazione della povertà; tale tesi sarebbe supportata per esempio da un netto declino della mortalità infantile.

E’ strano che solo oggi Taino attacchi Piketty accusandolo di usare la “retorica ideologica” dei numeri perché almeno da un anno e mezzo il francese cerca di spiegare i legami tra le “disuguaglianze esplosive” ed il terrorismo(2); inoltre non sono pochi gli economisti di diverse estrazioni che sottolineano che gli squilibri attuali potrebbero tradursi in problemi di sostenibilità politica. Sarebbe opportuno capire se i detrattori di Piketty siano a conoscenza della notevole mole di studi che l’economista francese ha effettuato anche sul medio oriente(3).
Esistono innegabilmente dinamiche economiche che lasciano ampi spazi al terrorismo ed ad altre forme di criminalità, e non si tratta solo di disuguaglianze; si pensi per esempio ai legami di molti paesi occidentali con le monarchie wahabite del golfo.

Il terrorismo internazionale oggi fa proseliti in due aree: un’area geografica in senso stretto il mondo arabo che non è riuscito con le primavere ad approdare alla democrazia ed un’area geografica reticolare, costituita dalla periferie delle grandi città europee.

Qualcuno mira a smontare l’approccio economico con la considerazione che esistono molte aree povere dove non esplode il terrorismo, esistono paesi più poveri dell’Iraq ed esistono posti ben più poveri delle periferie d’Europa in cui sono cresciuti molti terroristi. Molenbeek Saint Jean, che rischia di passare alla storia come il cuore nero del Jihadismo europeo non è certo la peggiore periferia d’Europa, anzi non è neanche una periferia. Un’analisi socioeconomica è imprescindibile per capire di cosa si nutre il terrorismo, tenendo ben presente che l’esclusione sociale e la segregazione non sono fenomeni che si spiegano solo con i numeri, l’analisi economica deve andare di pari passo con quella sociologica.

Nel 2003 in un documento noto come Strategia di Sicurezza Europea(4) l’allora Alto Rappresentante per la Politica Estera e Sicurezza Comune Javier Solana individuava i maggiori pericoli per la sicurezza degli europei negli Stati falliti, nei gruppi terroristici, nella criminalità organizzata transnazionale e nella proliferazione della armi di distruzione di massa. Oggi il nuovo disordine globale con cui ci confrontiamo vede l’agire di gruppi terroristici, che hanno il cervello in Stati falliti e fanno di sicuro affari con organizzazioni criminali. E’ ragionevole pensare che il fallimento degli Stati trovi le sue radici in un’economia che non funziona e nella percezione di inaccettabili iniquità. In paesi come il Mali, la Nigeria e l’Afghanistan l’identificazione del popolo nello Stato è bassissima e domina la percezione che al governo si alternino uomini che non hanno nulla da offrire ai cittadini.

Alle ultime presidenziali nigeriane per esempio c’era la sensazione che sia che avesse vinto il candidato cristiano, sia che avesse vinto quello musulmano sarebbe cambiato ben poco per il paese. In Iraq i sunniti si sono sentiti costantemente oppressi dai governi che sono succeduti al regime di Saddam. Molti giovani che hanno partecipato alle primavere arabe, si pensi a quella siriana, avevano sperato in uno Stato più giusto a partire dalle opportunità nel mercato del lavoro. La Libia di Gheddafi era governata da una ristretta elite cleptomane, ma dopo il collasso del regime del colonnello la situazione è peggiorata e le ingenti ricchezze del fondo sovrano libico sono state occultate fuori dal paese con una regia londinese.

Chi continua a sostenere che le spiegazioni dell’attuale “disordine globale” devono essere rintracciate in variabili culturali e l’economia è secondaria non si accorge per esempio del fatto che molti economisti da tempo enfatizzano il rischio collasso per molti paesi emergenti a causa delle forti oscillazioni del prezzo del petrolio e delle materie prime.

Chi sbandiera i dati della riduzione del numero dei poveri non fa un’analisi accurata, sia perché vi sono controversie metodologiche sulle stime, sia perché spesso è la percezione delle disuguaglianze a fare la realtà e se le distanze si accorciano tra i paesi crescono nei paesi, sia perché se i dati si epurassero dalla performance della Cina ci sarebbe ben poco da festeggiare.
Non è un caso che la gran parte dei paesi che tra il 1980 ed il 2005 sono andati indietro si trovano nell’Africa sub sahariana, dove proliferano gli stati falliti(5).

Simili ragionamenti possono essere fatti circa le periferie le aree povere delle grandi città europee. Già con l’Evangelii Gaudium(6) il pontefice esortava a fare attenzione agli squilibri della globalizzazione che si scaricano sulle periferie. Se qualcuno descrive determinati quartieri poveri come un covo di estremisti islamici, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi afferma che a Rio e Città del Messico non ci sono islamiste ma le periferie esplodono lo stesso, per colpa di bande di criminali e di narcotrafficanti. Krugman fa analisi simili circa le tensioni razziali negli Stati Uniti.

Oggi sono sotto gli occhi di tutti le grandi città francesi e il quartiere Molenbeek Saint Jean di Bruxelles, non una periferia ma un quartiere a quindici minuti dalla Gran Place di Bruxelles, considerata una delle piazze più belle al mondo.

La sensazione di esclusione sociale e la paura per il futuro sono fortissime dalle parti di Parigi e Bruxelles, eppure le statistiche affermano che per esempio pochi paesi hanno contenuto la povertà durante la crisi bene come la Francia(7), ma come scrive già da anni Piketty c’è una percezione esagerata dei problemi francesi(8).

Non conosco benissimo la Francia, ma nei miei viaggi a Bruxelles ho avuto modo di misurarmi con le paure del ceto medio. Quando ho sentito un pizzaiolo napoletano che vive nella capitale belga affermare che conosceva uno degli attentatori di Parigi e pensa sia stato esasperato dalle mancanze di prospettive perché il Belgio non è più il paese che fino agli anni ottanta attraeva tanti immigrati, ho pensato al ristoratore siciliano che mentre cenavo in pieno centro a pochi passi dal Mannaken Pis(9) mi raccontava del declino irreversibile del Belgio. Io mi chiedevo cosa avrebbe pensato il ristoratore se fosse rimasto in Sicilia e avesse aperto un locale in un quartiere povero come quello in cui insegna musica mia madre. A Charleroi sono stato fortemente colpito dalla xenofobia contro gli ultimi arrivati di alcuni dipendenti dei bar dell’aeroporto, in gran parte non di origini belghe. E sottolineo che la xenofobia è prima di ogni cosa una paura.

In Belgio ed in Francia il combinato agire di salari minimi orari tra i più elevati al mondo, servizi pubblici gratuiti ed una vasta rete di sussidi di disoccupazione garantisce un’azione unica contro la povertà, eppure tutto ciò sembra non bastare.

Nelle periferie pesa l’esclusione sociale su chi non riesce a passare dal sussidio al lavoro.

Non è un caso che nella sua propaganda, che pare avere effetti dirompenti in Francia e Belgio, il califfo inviti i musulmani d’Europa a rifiutare i trattamenti per i disoccupati e prendere il fucile.

Occorre quindi nei due paesi francofoni, ma anche nel resto d’Europa, continuare ad investire in welfare ma cercare di rilanciare anche l’uguaglianza di opportunità. Sono necessari mercati regolati che siano più giusti, a partire da quello del lavoro; è necessario investire sugli asili e sull’istruzione elementare e provare a non far frequentare ai giovani tutte le scuole dall’asilo al liceo nello stesso quartiere; ma soprattutto è doveroso rinunciare senza indugio ai finanziamenti che affluiscono da ricchi paesi del golfo nelle nostre periferie. E’ irragionevole pensare che chi tollera le iniquità a casa sua decida di provare ad alleviare le povertà a migliaia di chilometri da casa sua, non esiste collante religioso che tenga. Non servono fondi Qatarioti che pompano soldi alla periferia di Parigi, ne sauditi che finanziano moschee a Bruxelles, tra l’altro contro il parere di larga parte della comunità musulmana locale. Le moschee dei musulmani europei si costruiscano con fondi europei.

Possiamo vincere la lotta al terrorismo togliendo ai nostri nemici le loro armi economiche, non facendo affari con chi ha probabilmente relazioni di diverso tipo con il califfato ed altri gruppi criminali e non permettendo a nessuno di lucrare su povertà e disuguaglianze. Possiamo vincere rilanciando il modello sociale europeo che al di là dell’atlantico in molti ci invidiano e creando un governo europeo che faccia una vera politica di sicurezza comune.

Certo colpisce che certi problemi non esplodano in Grecia o in Portogallo ma nel cuore dell’Europa; c’è una parte del continente che è ancora molto dinamica, ma rischia di bloccarsi per la paura ed alla fine la percezione di inadeguatezza diventa inadeguatezza. Parafrasando Roosevelt, bisogna fare la guerra alla paura. I muri sono inefficaci e dannosi: occorre ritornare all’idea di Europa libera e unita di spinelliana memoria.

Riferimenti:

(1) D. TAINO, Thomas Piketty e la retorica ideologica dei numeri. Corriere della Sera, 22 Novembre 2015. http://www.corriere.it/cronache/15_novembre_22/thomas-piketty-retorica-ideologica-numeri-a83229fa-9115-11e5-bbc6-e0fb630b6ac3.shtml

(2) T. PIKETTY. Dall’Egitto al Golfo una polveriera di disuguaglianze, 17 Giugno 2014. Tradotto in Italiano in T.PIKETTY, si può salvare l’Europa? Bompiani 2015, pag. 355

(3) F. ALVAREDO – T. PIKETTY, measuring income inequality and top income in the Middle East. Data limitation and illustration with the case of Egypt.

(4) Strategia Europea in materia di sicurezza. Un’Europa sicura in un mondo migliore. Consiglio Europeo, dicembre 2003 https://www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/031208ESSIIIT.pdf

(5) K. KOSER, Le migrazioni internazionali, Il Mulino 2007, pag. 39. 18 paesi tra il 1980 ed il 2005 sono peggiorati tra il 1980 ed il 2005 sotto il profilo dell’indice di sviluppo umano dell’Onu (HDI); 12 di loro sono localizzati nell’africa Subsahariana.

(6) Esortazione apostolica del novembre 2013

(7) F. DAVERI, La politica europea nella trappola della povertà. LaVoce.info, 23 giugno 2015. http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwjwlv2Nm7rJAhVHShQKHW3fCc0QFggcMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.lavoce.info%2Farchives%2F35808%2Fla-politica-europea-nella-trappola-della-poverta%2F&usg=AFQjCNHDTaqWhD_Y7bQWDzt6uHWJ8jCxqQ&bvm=bv.108194040,d.bGQ

(8) T. PIKETTY. Cala il potere d’acquisto? 18 Dicembre 206. Tradotto in Italiano in T.PIKETTY, si può salvare l’Europa? Bompiani 2015, pag. 89. “Se il termometro non indica la febbre è forse perché il paziente ha un’altra malattia”.

(9) Attrazione turistica, uno dei principali monumenti di Bruxelles

 

Autore
Salvatore Sinagra
Author: Salvatore Sinagra
Bio
Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Vive a Milano. Si occupa di valutazione di partecipazioni industriali e finanziarie. È un convinto sostenitore del federalismo europeo e della necessità di piani di investimento europei che rilancino il tessuto industriale europeo puntando sulle nuove tecnologie. E' membro del comitato centrale del Movimento Federalista Europeo dal 2015.
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