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Infografica della Campagna di informazione sull'Europa

Da ieri, dopo l’approvazione del Parlamento Europeo dell’accordo di recesso del Regno Unito dall'Unione europea, sembrano tutti tristi per la Brexit. Sono circolate su tutti canali social e sui giornali le immagini e i video degli eurodeputati che cantavano il Valzer delle candele ("Auld Lang Syne"), una tradizionale canzone scozzese che viene cantata nella notte di capodanno per dare addio al vecchio anno e in occasione dei congedi, delle separazioni e degli addii. Ed è stata ripresa da molti la frase del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli che parlava di un “arrivederci” non di un “addio”.

Forse però utile lasciare da parte i sentimentalismi e cercare di capire cosa significhi realmente la Brexit.

Da quando è entrata nella Comunità Europea la Gran Bretagna è stata il Paese in assoluto più euroscettico; è entrata per avere vantaggi economici e non per condividere responsabilità o un progetto; ha bocciato costantemente ogni tentativo di integrazione successiva; è rimasta fuori da tutti i progetti di integrazione propriamente sovranazionale. Non è un caso che una delle preoccupazioni principali anche degli analisti e dei commentatori sia stato e sia raccontare il "dramma" di rimanere fuori dai fondi Erasmus Plus e non è un caso che i principali argomenti sia dei fautori del Leave che del Remain nelle settimane precedenti il Referendum del 2016 fossero incentrati sul tema dei contributi che la GB versava a Bruxelles (per inciso contributi inferiori a quelli di tutti gli altri Stati membri in percentuale).

Quando vediamo che una coppia sta insieme solo per i soldi ci assale immediatamente una sensazione di tristezza e anche la relazione tra GB e UE è sempre stata molto triste.

Ad ogni modo, da domani la Brexit non sarà effettiva in tutto e per tutto. Gli europarlamentari inglesi non saranno più tali (dei 73 seggi britannici, 27 saranno ridistribuiti ad altri Paesi membri, e 46 saranno tenuti “in riserva” in vista dei futuri allargamenti) e questo certamente avrà un impatto consistente rispetto al peso politico dei vari gruppi, perché con i nuovi ingressi aumenterà il numero degli eurodeputati sovranisti.

In generale però per vedere i cambiamenti radicali di questo divorzio dovremo attendere ancora parecchio: domani infatti inizia solo un lungo e complicato periodo di transizione durante il quale la Gran Bretagna, nonostante la retorica della sovranità nazionale ritrovata, dovrà rispettare le norme Ue senza poter contribuire a definirle o modificarle. Del resto già da tempo, fortunatamente, in tutti i casi i cui si discutevano temi cruciali per l'Unione nel Consiglio la GB non partecipava ai lavori.

La questione sostanziale sta però nel domandarsi cosa sarebbe accaduto se la Brexit non fosse stata invocata. Se ripensiamo ai contenuti dell'accordo negoziato da Cameron con l'UE nel caso in cui il referendum del 2016 avesse avuto un esito diverso ci accorgiamo che di fatto la GB avrebbe bloccato per sempre qualsiasi possibile avanzamento nel progetto europeo. Viene da pensare che Nigel Farage e Boris Johnson, facendo campagna proBrexit fossero convinti di distruggere l'UE e invece l'hanno di fatto salvata, naturalmente non rendendosene conto.

La Brexit, cioè, per quanto sia doloroso e politicamente scorretto dirlo, è una grande opportunità per l’Unione: nel 2020 ci sarà la Conferenza sul Futuro dell'Europa e avere la compagine dei Paesi euroscettici guidata non più dal Regno di Sua Maestà ma verosimilmente dall'Ungheria di Orban, o magari dall’Olanda, renderà notevolmente più debole l'appeal delle loro proposte.

Per pensare di tenere davvero una luce accesa nel buio per la Scozia, dobbiamo prima seriamente rafforzare quella luce per noi, senza farci sfuggire l’opportunità della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Autore
Federica Martiny
Author: Federica Martiny
Bio
Federica Martiny è cultrice della materia di Filosofia del diritto all’Università di Pisa e docente a contratto di Informatica giuridica presso l’Università eCampus