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Copertina de Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi di Michele Ballerin

Estratto del libro Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi di Michele Ballerin, pubblicato nel 2019 per le edizioni Guida:

http://www.guidaeditori.it/gli-stati-uniti-d-europa-spiegati-a-tutti.html

CAP. I

STATI UNITI D’EUROPA: PERCHÉ?

Siamo qui per parlare di Europa e in modo specifico di integrazione europea, in una chiave molto particolare: quella federalista. Un tema piuttosto vasto, direi. Paurosamente complesso. Da dove proponi di cominciare?

Ti propongo di iniziare con una suggestione storiografica.Sei pronto?

Sentiamo.

Partirei da un’interpretazione non scontata del secolo che ci precede, il Novecento. Come sai, la grande maggioranza degli storici ne dà una lettura piuttosto cupa. Il Novecento è il “secolo breve”, farcito di guerre disastrose e totalitarismi di vario segno, con un culmine negativo assoluto nel nazifascismo e nel suo frutto più tragico, l’Olocausto. Su tutto si staglia quello che sarebbe il suo simbolo più appropriato: il fungo atomico di Hiroshima. Né tu né io (né nessun altro) potremmo negare che tutto questo sia successo. Ma io credo che se la nostra lettura del Novecento si fermasse qui sarebbe ancora riduttiva.

In che senso, esattamente?

Se si vuole giudicare un’epoca, come del resto qualsiasi altro fenomeno, la prima cosa da fare è individuare in essa l’elemento specifico, quello che davvero la caratterizza distinguendola da ogni altra. Se applichiamo questo metodo al Novecento notiamo che né la guerra, né l’antisemitismo, né l’esercizio di un potere pubblico tirannico sono prerogative esclusive di quel secolo. La guerra accompagna l’uomo fin dalle sue origini, governi tirannici hanno imperversato da quando esiste quella cosa che chiamiamo “Stato” e anche l’antisemitismo è vecchio di secoli. Se ci pensi bene, nessun periodo della storia europea ha visto così poche guerre come il secolo scorso. Si può affermare che il Novecento è un concentrato di questi fenomeni soltanto perché vi appaiono potenziati: è una questione di dimensioni, non di qualità, dovute sostanzialmente all’uso di tecnologie più progredite e, anche, alla massa delle persone coinvolte, che non ha precedenti. Ma non è corretto dire che quegli elementi sono tipici del XX secolo. Sono ingredienti già visti, miscelati in dosi più massicce che mai.

Se è così, quale etichetta metteresti al Novecento?

C’è effettivamente un fenomeno che lo caratterizza, facendone un unicum nella storia dell’umanità. Ma per vederlo bisogna ricordarsi che il XX secolo non termina nel 1945. Quello che si è verificato dopo ciascuna delle due guerre mondiali – in particolare dopo l’ultima – è un fenomeno grandioso e propriamente eccezionale, che però, come a volte succede, non colpisce ancora la nostra attenzione quanto invece meriterebbe. Si tratta della creazione di istituzioni sovranazionali.

Ti riferisci alle Nazioni Unite?

Prima la Società delle Nazioni, fin dagli anni Venti, poi l’ONU con le sue agenzie, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio, la Banca mondiale, quindi le Comunità europee e infine l’Unione europea, con un corollario di altri soggetti internazionali più o meno abbozzati, come il MercoSur in America Latina o l’Unione Africana. Non c’è epoca della storia umana in cui si sia visto qualcosa di simile. Tieni presente che stiamo parlando di istituzioni durevoli, concepite per esistere in permanenza, non di alleanze temporanee.

In effetti, non avevo mai considerato le cose sotto questo profilo.

Eppure è quello più corretto, l’unico che renda davvero giustizia agli ultimi cento anni di storia europea e mondiale. Inoltre, a differenza del punto di vista puramente “negativo” sul nostro passato più recente, questo apre una prospettiva per il futuro. Potremmo definirla l’interpretazione costruttiva della storia contemporanea, perché oltre a offrircene una chiave di lettura non banale ci indica una tendenza in atto e perfino un progetto, un lavoro in corso al cui completamento siamo tutti chiamati a contribuire: la costruzione, il perfezionamento e la progressiva democratizzazione delle istituzioni sovranazionali che dovranno garantire una convivenza sempre più pacifica tra i popoli della Terra.

È tutto molto suggestivo… Ma non ti sembra che il discorso si stia facendo un po’ astratto?

Capisco che questa impostazione possa sembrarti utopica. Lo capisco… ma non sono d’accordo. Vediamo di intenderci bene su questo punto. Non sono gli ideali che hanno spinto gli uomini ad avviare questo progetto, bensì una forza molto più concreta e potente: quella che oggi chiamiamo “globalizzazione”. Quando si parla di globalizzazione si parla di un insieme di processi che hanno il carattere di una necessità storica, e che sono, di conseguenza, inarrestabili e irreversibili. È qualcosa che va chiarito, perché c’è invece chi si illude che sia possibile contrastarli, riportando indietro le lancette della storia.

Immagino tu stia alludendo a quelle forze politiche e sociali che vedono nel ritorno alle sovranità nazionali, o addirittura regionali, la difesa più efficace dagli shock della globalizzazione.

Proprio così. L’inconsistenza di queste proposte si capisce se si considera con che cosa esattamente abbiamo a che fare. Le spinte fondamentali che determinano la globalizzazione – ossia l’interconnessione crescente dei processi economici, sociali e politici a livello planetario – sono due, e sono entrambe formidabili: l’incremento demografico e lo sviluppo tecnologico. Si tratta dei due fattori più strutturali. Sarebbe bene non dimenticare mai che la popolazione mondiale sta aumentando a un ritmo vertiginoso. Oggi siamo già abbondantemente oltre i sette miliardi, e procediamo di corsa verso gli otto. D’altra parte, la circonferenza della Terra all’equatore è di quarantamila chilometri, e abbiamo la certezza che a questi quarantamila chilometri non si aggiungerà neppure un centimetro… Questo significa che lo spazio in cui ci stiamo moltiplicando è limitato. Ora, che cosa succede se in uno spazio limitato, con risorse finite, la popolazione continua ad aumentare? È abbastanza intuitivo: siamo obbligati a una convivenza sempre più stretta. E in questa convivenza forzata, se non mi sbaglio, gli scenari possibili sono soltanto due: una situazione di conflitto permanente o una convivenza pacifica sotto leggi comuni. Poiché la popolazione è in rapido aumento, è chiara anche la tendenza per il futuro: l’obbligo di convivere si farà ancora più stringente. Pensiamo alle grandi migrazioni, che dipendono anch’esse, in ultima analisi, da un eccesso di popolazione a fronte di una scarsità di risorse economiche e sociali. Vedi qualcosa di astratto o irrealistico in tutto questo?

Direi di no.

Nemmeno io. Ma non è finita. Alla crescita demografica si accompagna lo sviluppo, anch’esso velocissimo, della tecnologia, che accorciando o addirittura annullando le distanze fra gli individui e fra i popoli rende ancora più stretta e fatale la loro convivenza sul pianeta. L’esempio più ovvio lo abbiamo in campo militare. Se una qualsiasi nazione si dota di un missile nucleare a lunga gittata con cui può colpire in qualsiasi momento, in qualunque direzione, a migliaia di chilometri di distanza, è chiaro che questa non è più una minaccia locale e nemmeno regionale, ma una minaccia mondiale, che mette l’umanità di fronte al fatto compiuto della sua globalizzazione. Questo fatto non conosce le buone maniere: si fa avanti senza chiedere il nostro permesso e ci obbliga semplicemente a registrarlo; non dipende dalla nostra volontà, e non c’è potere al mondo che possa rimuoverlo. La proliferazione nucleare è una tendenza in atto. Per caso hai qualche idea su come potremmo arrestarla?

No. India e Pakistan, ad esempio, sono due potenze nucleari che da decenni si fronteggiano in un clima di aperta ostilità…

Esatto. La Corea del Nord sta facendo progressi nella creazione di un arsenale nucleare, e perfino l’Iran sembra sulla buona strada, il che ha già messo in allarme Israele, altra potenza nucleare. A lungo andare è impossibile impedire la diffusione di risorse, tecniche e competenze, e lo scenario a cui probabilmente dovremo abituarci è quello di un mondo nel quale “chiunque” avrà la sua arma di distruzione di massa: un fenomeno globale, nel quale ogni abitante del pianeta è già coinvolto, lo voglia o meno.

Non starai cercando di spaventarmi, spero…

No. O forse sì?… Ma avviene lo stesso nel momento in cui l’informazione, con il web, diventa capace di raggiungere in una frazione di secondo qualunque angolo del pianeta, o quando le emissioni di carbonio in questo o quel paese determinano un surriscaldamento dell’atmosfera terrestre e contribuiscono ad alterare il clima. Anche il terrorismo ha ormai assunto una dimensione globale, dimostrando al mondo che da un angolo sperduto del Medio Oriente può colpire in qualsiasi momento i grattacieli di Manhattan o una qualunque città europea. Si possono fare parecchi esempi, e tutti dimostrano il carattere fatale della globalizzazione. La conseguenza più generale è che la tradizionale distinzione fra politica estera e politica interna si assottiglia fino a scomparire. Le politiche nazionali hanno ricadute ovunque: ogni politica, come ogni processo sociale o economico, diventa sistemica. Il mondo è un unico sistema. Le società umane formano ormai un’unica società, che si trova a fronteggiare problemi ed emergenze comuni a tutti.

Una prospettiva inquietante, per certi aspetti.

In primo luogo, qualcosa che dobbiamo accettare. Il mondo è cambiato. Fino a un secolo fa le guerre coinvolgevano alcune nazioni in una determinata area del pianeta, e risalendo indietro nel tempo troviamo fenomeni sociali sempre più circoscritti. Ti sei mai chiesto perché fino al XVI secolo non si sono verificati conflitti tra gli europei e gli abitanti del Centro America?

Perché si ignoravano a vicenda: è ovvio.

Già, così sembra banale. Ma bisogna chiedersi perché, e perché oggi sarebbe inconcepibile. La risposta è che il pianeta è ormai sovraffollato, mentre la tecnologia delle comunicazioni e dell’informazione ne ha connesso ogni punto. Tutti conoscono tutti; ogni comunità umana influenza ogni altra. Tirare le somme allora è facile, e serve a capire che la globalizzazione non è una scelta, ma un destino. Per invertirne i processi bisognerebbe eliminare fisicamente alcuni miliardi di persone e azzerare lo sviluppo tecnologico. Nessuno può farlo; di conseguenza, la globalizzazione seguirà il suo corso, e noi saremo obbligati a costruire gli strumenti che ci permetteranno di controllare i suoi processi, sempre che non preferiamo esserne travolti. È la ragione per cui esistono nel mondo delle istituzioni internazionali, e per cui le nazioni europee hanno intrapreso il cammino dell’integrazione. La scelta è fra subire i processi o governarli. In questo senso il Novecento costituisce un punto di svolta radicale nella storia dell’uomo. Se la sua prima metà può essere vista come un culmine drammatico delle dinamiche che l’hanno preceduta, la seconda rappresenta l’ingresso dell’umanità in una nuova era, che potremmo chiamare l’“era del sovranazionale”. Ecco perché è indispensabile che l’integrazione europea proceda spedita per la sua strada, fino all’istituzione di un governo federale. Ecco perché ci servono gli Stati Uniti d’Europa.

Aspetta, ho l’impressione che stiamo correndo un po’ troppo… “Stati Uniti d’Europa” è una formula suggestiva, ma non è chiarissimo a che cosa si riferisca. E proprio per questo mi sembra difficile, se non impossibile, stabilire se sia davvero una buona idea.

La tua obiezione è decisamente corretta, e io non ho nessuna intenzione di eluderla. Piuttosto, proviamo a vedere insieme se c’è modo di fare chiarezza su questo come su altri concetti a cui la cronaca politica ci sta ormai abituando. Non ne conosco di più attuali o di più urgenti – né di più fraintesi. Vale senz’altro la pena di spenderci un pomeriggio.