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Morozov alla conferenza re:publica di Berlino (2010)

Su «Internazionale» è apparsa all’inizio di aprile la traduzione di un pezzo dell’accademico di origini bielorusse Evgenij Morozov, dal titolo Il capitalismo tecnologico rinuncia alla democrazia (1). Morozov sostiene che il capitalismo democratico occidentale versa in una profonda crisi: il capitalismo non risolve i problemi, ma non esistono modelli alternativi. Per l’accademico povertà, disuguaglianza, disoccupazione giovanile, acqua inquinata e alloggi troppo cari sono sintomi di un sistema non più sostenibile. Morozov è notoriamente scettico sulla possibilità che le nuove tecnologie conducano ad un mondo più equo e più democratico.

Scrive che i nuovi capitalisti sono peggiori dei vecchi: se la crisi finanziaria è stata frutto della deregulation partorita per compensare la stagnazione dei salari con un più facile accesso al credito, oggi vi è la tentazione di eludere nuovamente il problema dei redditi puntando sulle imprese tecnologiche. Non è un mistero, per esempio, che Uber voglia sostituire in molti contesti il trasporto pubblico. La conclusione ovvia sarebbe: più servizi low cost accessibili a tutti e meno impegno del pubblico. Morozov ammonisce che le conseguenze del possibile fallimento di poche aziende innovative, concentrate nella Sylicon Valley, potrebbero rivelarsi molto più gravi rispetto al fallimento di un centinaio di grandi banche sparse per il mondo.

È quindi doverosa una riflessione sui “sintomi” di Morozov in merito all’insostenibilità dell’attuale capitalismo. Sulla fame, sulla povertà, sulle disuguaglianze l’ampio dibattito degli ultimi anni è stato caratterizzato da una significativa produzione scientifica e divulgativa, si pensi solo ai recenti libri Piketty, Stiglitz e Atkinson (2); per motivi di brevità non possono essere qui sintetizzate le più recenti analisi sulla eccessiva concentrazione della ricchezza. Si considerino solo tre evidenze: (i) Eurostat stima che circa il 17% dei cittadini dell’UE sono a rischio povertà; (ii) la Germania della crescita ha dati sulla povertà allineati alla media europea, che include anche i paesi poveri dell’Europa dell’est; (iii) negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è tornato a livelli pre-crisi. Ormai è diffusa la percezione che si salti di bolla in bolla e le crisi del nuovo millennio sono caratterizzate dal fatto che il sistema impiega tempi sempre più lunghi per tornare alla piena occupazione.

Morozov ricorda poi il problema degli alloggi: si pensi solo ai costi della bolla immobiliare negli Stati Uniti o all’ampio dibattito che da diversi anni infuria in Germania, paese dinamico ma con una percentuale molto elevata di cittadini che non vivono in una casa di proprietà. La questione alloggi è legata al dilagare del working poor, in Europa come in America oggi il prezzo più elevato della crisi non è pagato solo dai disoccupati, ma anche da coloro che vivono in nuclei familiari a bassa intensità lavorativa. Una famiglia in cui tutti lavorano, ma per poche ore e con contratti precari, può vivere molto peggio di una famiglia in cui c’è un disoccupato. A tal proposito sono assai interessanti le analisi di Chiara Saraceno (3) e Atkinson ha ragione nel sottolineare che ormai il mercato del lavoro non può essere più sintetizzato dal binomio occupato-disoccupato (4).

Vi è poi la questione giovanile. Negli ultimi anni in Italia ha avuto rapida circolazione la convinzione che il precariato diffuso tra i giovani fosse l’insostenibile prezzo delle eccessive “tutele dei vecchi”. Eppure molti analisti non hanno dubbi: la disoccupazione giovanile non è un problema solo mediterraneo; il successo di Sanders tra i giovani ci fa capire che, tra chi è nato negli anni ’80 e ’90, siano in molti, anche nei paesi con un mercato del lavoro flessibile, a non avere più fiducia nel futuro e a pensare che il capitalismo, o almeno questo capitalismo, non abbia nulla da offrire (5); Stiglitz non esista a parlare di nuovo gap generazionale (6); la giornalista inglese Laurie Pennie, classe 1986, definisce i millennials, ovvero coloro che sono nati tra il 1980 ed il nuovo millennio, come una generazione angosciata. Anche al di là della Manica molti giovani saltano da un contratto a temine ad un altro nel timore che la prossima bolla immobiliare faccia esplodere gli affitti e li lasci senza un tetto sulla testa. Penny per la verità scrive che l’estenuante vita nell’attesa perenne non è il tratto comune di tutti i giovani, ma solo di quelli della classe media e della classe operaia (7). L’editorialista britannica in sostanza rilancia la tesi dell’economista Alan Krueger, nota come curva di Gatsby, secondo cui la disuguaglianza generazionale non ha rimpiazzato le disparità di ricchezza, anzi dove sono più forti le disparità si rileva una minore mobilità sociale. L’esperienza concreta dimostra che l’allungamento dei tempi che sono necessari per un giovane per trovare un impiego retribuito avvantaggia coloro che appartengono a famiglie benestanti che possono permettersi molti mesi di stage non retribuiti.

Infine Morozov cita la questione dell’acqua inquinata di Flint, una città di circa 100.000 abitanti, in cui l’ennesima gestione commissariale ha scelto di dare ai cittadini acqua di dubbia provenienza per far quadrare i dissestati conti del comune. Purtroppo l’acqua contaminata ha prodotto un’emergenza sanitaria. Il caso della città del Michigan è il simbolo di una crisi scaricata sui più deboli e della difficoltà di rispondere alla povertà anche in contesti di piena occupazione. Se il vecchio continente sembra impantanato in una crisi senza fine dall’altra parte dell’Atlantico il ritorno alla piena occupazione non sembra aver guarito tutte le ferite. Certo è assurdo pensare di poter sostituire la felicità al PIL come misura del nostro benessere, ma ha ragione l’economista inglese Atkinson quando afferma che è assurdo che tra gli indicatori di benessere dei paesi non sia annoverata anche l’aspettativa di vita.

Forse Morozov esagera quando immagina un futuro nero in cui il mondo è dominato da tre o quattro grandi aziende della Sylicon Valley, tuttavia se in paesi in rapido invecchiamento come l’Italia la sostenibilità di un sistema equo è legata alla produttività che in ultima istanza dipende dalla capacità di generare nuove tecnologie, al contrario i progressi tecnologici, che tra l’altro nel nostro paese non appaiono dietro l’angolo, non garantiscono l’equità. Perfino il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha ricordato che nel breve periodo i salti tecnologici comportano disoccupazione e la necessità di un welfare “più universale” (8). A prescindere dalle singole posizioni, è auspicabile leggere sempre più giovani brillanti come Morozov che parlano di uguaglianza e di innovazione; serve una rivoluzione industriale e serve, per citare Francesco, una migliore distribuzione della ricchezza.

 

Approfondimenti:

(1) E. MOROZOV, Il capitalismo tecnologico rinuncia alla democrazia, Internazionale dell’1 ,aprile 2016, n. 1147.

(2) T. PIKETTY; Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014; T.PIKETTY, Si può salvare l’Europa, Bompiani, Milano 2015; J.E. STIGLITZ, Il prezzo della disuguaglianza: come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013; J.E. STIGLITZ, La grande frattura: la disuguaglianza ed i modi per sconfiggerla, Einaudi, Torino 2016; A.B. ATKINSON, Disuguaglianza. Che cosa si può fare. Raffaello Cortina Editore, Milano 2015.

(3) C. SARACENO, Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Feltrinelli, Milano 2015.

(4) A.B. ATKINSON, Disuguaglianza. Che cosa si può fare, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015.

(5) B. SUNKARA, La nascita della nuova sinistra, The Washington Post, Stati Uniti, tradotto in italiano dall’internazionale dell’1 aprile 2016 n. 1147

(6) J.E. STIGLITZ, The new generation gap, Project Syndicate, the world’s opinion page, 16 Marzo 2018

(7) L. PENNY, Una generazione angosciata, tradotto in italiano dall’internazionale del 25 marzo 2016, n. 1146

(8) R. BOCCIARELLI, Ignazio Visco “l’Europa è forte solo se unita”, «Il Sole 24 Ore», 15 Novembre 2015.

Autore
Salvatore Sinagra
Author: Salvatore Sinagra
Bio
Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Vive a Milano. Si occupa di valutazione di partecipazioni industriali e finanziarie. È un convinto sostenitore del federalismo europeo e della necessità di piani di investimento europei che rilancino il tessuto industriale europeo puntando sulle nuove tecnologie. E' membro del comitato centrale del Movimento Federalista Europeo dal 2015.
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