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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

di Gabriele Pastrello* (pubblicato su "Il Manifesto" del 17 ottobre 2015 "Lafontaine e i veri nemici dell'Europa"Lafontaine e i veri nemici dell'Europa")

Sor­presa e pre­oc­cu­pa­zione sono le sen­sa­zioni susci­tate dalla let­tura della let­tera che Oskar Lafon­taine ha indi­riz­zato alla sini­stra ita­liana attra­verso le pagine del Mani­fe­sto (mer­co­ledì, 14 otto­bre). Per­ché è sicu­ra­mente vero che l’esito della trat­ta­tiva dell’Eurogruppo con la Gre­cia ha cam­biato il giu­di­zio sulle pro­spet­tive di for­zare la cami­cia di forza dell’austerità da parte di un governo di sini­stra in un paese euro­peo. Ma è l’indirizzo dell’attacco che mi sem­bra sba­gliato: non Fran­co­forte, ma Berlino.

La Bce, pur con la sua ade­sione — inac­cet­ta­bile da forze di sini­stra, ma ine­vi­ta­bile — alla linea dell’austerità, non è stata certo l’avversario peg­giore della Gre­cia. Come ha rac­con­tato Varou­fa­kis, l’intransigenza dell’Eurogruppo era frutto dell’egemonia di Schäu­ble al suo interno. Fu l’Eurogruppo, cioè Schäu­ble, a chie­dere alla Bce di chiu­dere total­mente i rubi­netti del finan­zia­mento alla Gre­cia, ben prima della fase finale della trat­ta­tiva (quella della chiu­sura delle ban­che greche).

Se la Bce avesse accon­sen­tito a chiu­dere i finan­zia­menti Ela quando le fu richie­sto, cosa che rifiutò, la Gre­cia sarebbe uscita dall’euro, con il mas­simo di disor­dine mone­ta­rio e sociale, ben prima del 12 luglio; come pro­po­sto da Schäu­ble e rifiu­tato da Tsipras.

Ma nep­pure in pas­sato lo è stata. Nell’autunno 2012 si pro­fi­lava un attacco all’euro, segna­lato dall’esplosione degli spread di Ita­lia e Spa­gna, che avrebbe potuto por­tare all’esplosione dell’euro. La rispo­sta della Bce impedì que­sto crollo che avrebbe avuto con­se­guenze deva­stanti per tutti i paesi, Gre­cia com­presa. Que­ste misure furono dura­mente con­tra­state dalla Bun­de­sbank, che seguiva fedel­mente la linea del governo tede­sco e dell’Eurogruppo, i quali soste­ne­vano che la crisi dei debiti sovrani fosse di natura fiscale, e che quindi la tera­pia fosse auste­rità, auste­rità e ancora più auste­rità. Inol­tre, il Quan­ti­ta­tive easing, attuato dalla Bce, non ha avuto certo gli effetti attesi di rilan­cio delle eco­no­mie euro­pee, ma ha almeno com­pen­sato in parte gli effetti reces­sivi delle poli­ti­che di austerità.

Ma il Con­si­glio dei Cin­que Saggi, l’organo con­sul­tivo uffi­ciale del governo tede­sco, lamenta nel suo Rap­porto, sti­lato dopo la con­clu­sione della trat­ta­tiva con la Gre­cia, che la sup­plenza della Bce (cioè l’intervento che ha impe­dito la cata­strofe dell’euro) abbia dan­neg­giato il neces­sa­rio rigore fiscale. Con­se­guen­te­mente, sostiene che i Trat­tati di Maa­stri­cht vanno cor­retti intro­du­cendo auto­ma­ti­smi che per­met­tano sia il fal­li­mento degli Stati in dif­fi­coltà finan­zia­rie che, sem­pre auto­ma­ti­ca­mente, l’uscita dello Stato che alla fin fine non rie­sca essere sol­vi­bile nel qua­dro dell’austerità.

In altre parole, secondo i Cin­que Saggi, il difetto dei Trat­tati non è, come pen­siamo noi con Lafon­taine, “poca” demo­cra­zia, ma “troppa” demo­cra­zia, che ha reso pos­si­bile la depre­ca­bile trat­ta­tiva poli­tica pub­blica con la Grecia.

La linea dei Cin­que Saggi, già ripro­po­sta da Schäu­ble all’Eurogruppo, è l’uscita dei paesi deboli. Auto­ma­ti­ca­mente e senza discus­sione. La man­canza di demo­cra­zia sta innan­zi­tutto a Berlino.

Ma, nono­stante il richiamo a una mag­giore demo­cra­zia, la linea di Lafon­taine non fini­sce molto lon­tano da questa.

Innan­zi­tutto non rie­sco a vedere i pregi di un neo-Sme per l’Italia. Ricor­dando i fasti del pas­sato Sme che fu intro­dotto con il divor­zio della Banca d’Italia dal Tesoro, cioè con la per­dita di auto­no­mia mone­ta­ria del governo ita­liano (cosa ine­vi­ta­bile se il defi­cit del bilan­cio dello Stato deve essere finan­ziato sui mer­cati finan­ziari mon­diali). Da cui la crisi della lira del 1992 e la prima finan­zia­ria lacrime e san­gue di Amato. Ma ricor­diamo che il rien­tro nello Sme, anche prima dell’ingresso nell’euro, richiese finan­zia­rie di tagli e riforme reces­sive (governo Dini).

Lafon­taine pro­pone un neo-Sme per recu­pe­rare «stru­menti tra­di­zio­nali di con­trollo macroe­co­no­mico, come la poli­tica dei tassi di inte­resse, la poli­tica dei cambi e una poli­tica di bilan­cio indi­pen­denti». Il fatto è che tali stru­menti, nella misura neces­sa­ria per il rag­giun­gi­mento dei con­di­vi­si­bili obiet­tivi di Lafon­taine, sono sem­pli­ce­mente incom­pa­ti­bili con l’esistenza di un qual­si­vo­glia “ser­pente mone­ta­rio”, vec­chio o nuovo.

Quindi la pro­po­sta Lafon­taine si riduce all’uscita dall’euro per tor­nare agli Stati nazio­nali; cioè equi­vale alla can­cel­la­zione del pro­getto euro­peo. Se è que­sto che si ritiene giu­sto, lo si dica.

Ma, soprat­tutto, è a Ber­lino che Lafon­taine si deve rivolgere.

È all’Spd che deve chie­dere ragione dell’incredibile appog­gio al mas­sa­cro della Gre­cia, espli­cito alla fine della trat­ta­tiva, dopo timi­dis­sime riserve all’inizio.

È del man­cato con­tra­sto poli­tico al rior­dino euro­peo (fuori i paesi deboli), ripro­po­sto oggi dalla destra tede­sca, che Lafon­taine deve chie­dere ragione all’Spd.

Di lì deve par­tire. La sini­stra ita­liana seguirà.

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