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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Consiglio europeo del 28 giugno 2018 - Governo.it Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Alla fine Giuseppe Conte ha trovato d’accordo tutti. A spese dell’Italia. E, ovviamente, dei profughi. Il documento finale del vertice di Bruxelles è praticamente vuoto, ma mette in chiaro che le differenze in seno all’Unione europea non sono poi così profonde, anche se tra non molto la porteranno allo sfascio. Destre e sinistre sono infatti unite dall’assunto che il nemico dell’Europa, quello da cui dobbiamo difenderci e contro cui occorre erigere barriere sempre più alte, sono i profughi: gli esseri più miseri e disgraziati della Terra. Ma le unisce anche il fatto che Salvini, sul sentiero già tracciato da Minniti - benché con toni decisamente meno educati - sta lavorando, e continuerà a lavorare, “per il bene” di tutti gli Stati membri. Grazie anche a lui, infatti, il regolamento di Dublino è stato blindato: avrebbe potuto, forse, essere cambiato a maggioranza; adesso ci vuole l’unanimità. Resterà com’è. Poi sono stati previsti dei “centri di controllo” (veri e propri campi di concentramento) che però nessuno vuole; se mai si faranno, sarà solo, come dice Macron, nei paesi di arrivo: Grecia, Italia e Spagna. È anche passato, in termini indefiniti, il principio di riprendersi i profughi registrati nel paese di arrivo che sono riusciti a raggiungerne un altro: per l’Italia comporterebbe l’arrivo di altre 100mila persone, più della metà dei richiedenti asilo già in carico alle strutture di accoglienza nazionali. È stata confermata alla Libia un’esclusiva sui salvataggi nella sua fantomatica zona sar: di fatto, un vero e proprio respingimento verso un paese dove si praticano torture, stupri, estorsioni, schiavismo e assassini senza alcun controllo. Una operazione che senza la regia di Salvini non potrebbe funzionare. “Salvataggi” che si concluderanno spesso con l’annegamento di centinaia di persone, come è successo mentre il vertice di Bruxelles era ancora in corso, senza che nessuno dei presenti sentisse il bisogno di dire una sola parola di cordoglio. Certo, arriverà, forse, anche qualche soldo in più (500 milioni, sottratti ai fondi di cooperazione allo sviluppo) da spendere in opere di difesa: che vuol dire pagare le bande che controllano sia il traffico di esseri umani che il loro “salvataggio” (per riportarli da dove cercavano di scappare), come ben si evince dalle circostanze rilevate da Oscar Camps, dell’Ong Proactiva Open Arms, che ha segnalato la partenza di dieci gommoni carichi di circa mille profughi, tutti dallo stesso punto e alla stessa ora, contemporaneamente alla partenza delle vedette libiche che dovevano dimostrare la loro capacità di salvarli mentre tutte le navi delle Ong erano state bloccate con le motivazioni più varie; il tutto alla vigilia della visita di Salvini in Libia: una dimostrazione di efficienza costata almeno cento morti, ma forse molti di più. In cambio di quei 500 milioni Conte ha accettato di contribuire ai 6 miliardi da devolvere alla Turchia perchè continui a trattenere sul suo territorio i profughi siriani e irakeni che vorrebbero raggiungere l’Europa, lasciando a Erdogan la libertà di fare quello che vuole tanto ai “suoi” profughi che ai “suoi” sudditi, sia kurdi che turchi “dissidenti”, cioè democratici. Così l’Unione europea gli ha messo in mano la possibilità di tenerla sotto un ricatto permanente. E ora si cerca di istituire lo steso meccanismo con la Libia, che però non è uno Stato; sia perché il governo di Al Serraj non controlla che una parte del paese, sia perché in realtà è lui a essere controllato dalle bande che gestiscono i flussi dei migranti: sia in uscita, nella veste di smuggler, che nel riportarli a terra, indossando le divise della guardia costiera. Così si consegnano anche a loro le chiavi degli equilibri europei: ma con una valvola di sicurezza. Se le bande libiche non staranno ai patti, o vorranno qualcosa di più, ci sarà una seconda linea di difesa della Fortezza Europa: e sarà l’Italia. Dove dovranno sbarcare i profughi sfuggiti alla - o imbarcati dalla - rete libica o all’annegamento, una volta raccolti da una nave commerciale o della istituenda Guardia costiera europea; perché, e su questo l’accordo è stato pieno, le navi delle Ong non dovranno più sbarcare, né rifornirsi, né navigare e, meno che mai salvare qualcuno nel Mediterraneo. E anche di questo si farà carico Salvini. Ma, come ha detto Macron, il porto di sbarco non potrà che essere italiano (e in effetti ha poco senso far navigare una nave dal canale di Sicilia fino a Marsiglia o a Valencia).

Poi, dopo la selezione negli hotspot già in essere, o nei centri di controllo che nessuno vuole e che per questo non si faranno, i “veri profughi” prenderanno la strada dei paesi che “volontariamente” se li spartiranno. Ma siccome, quando la spartizione era obbligatoria, non li ha presi quasi nessuno, da ora in poi i paesi disposti ad accoglierli saranno ancor meno e i più resteranno in Italia. E gli altri? I cosiddetti “migranti economici”? Quelli verranno rimpatriati tutti, come ha promesso, tuonando, Capitan Fracassa in campagna elettorale (in questo preceduto, per la verità, da Berlusconi), pronti entrambi a imbarcare per destinazioni ignote i 500mila “clandestini” presenti in Italia. Con i soldi dell’UE, che non li ha stanziati e non li stanzierà. E con gli accordi con i paesi di provenienza (se identificati), che non ne vogliono assolutamente sapere, se non per mettere in scena qualche volo dimostrativo. E allora?

Allora, dopo aver riempito qualche Cie, ai “migranti economici” verrà consegnato, come è stato fatto finora, un foglio di via con l’ingiunzione di abbandonare il paese entro 7 giorni. Ovviamente non se ne andranno: non saprebbero né dove né come. Entreranno ufficialmente nella categoria giuridica dei “clandestini” e si trascineranno da un campo di pomodori a uno di frutta (a due euro all’ora); da una baraccopoli all’altra; da un marciapiede all’altro, se donne; e da un sottopasso all’altro se saranno ancora una famiglia; con la certezza di incappare prima o dopo in un progrom o nella malavita.

È questo abbandono, accoppiato con un sistema di accoglienza truffaldino messo in capo ai Prefetti (nessuno dei quali è ancora finito in galera, nonostante le malversazioni gigantesche perpetrate senza alcun controllo da molti dei loro affidatari) ad aver screditato anche i tanti operatori onesti impegnati nell’accoglienza fino allo spasimo. Ma anche ad aver creato allarme sociale e rancore da entrambe le parti. Sono questi due meccanismi, e non il numero degli arrivi, a permettere a Salvini&Co di presentare i profughi come un’invasione, riscuotendone un dividendo elettorale crescente. Fino a quando le forze sparse impegnate nei salvataggi e nell’accoglienza non si uniranno per mettere a punto un’alternativa alle politiche dell’Unione europea più umana, più costruttiva, più realistica.

Autore
Guido Viale
Author: Guido VialeWebsite: http://www.guidoviale.it
Bio
Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943. Vive a Milano. Ha lavorato come economista in Italia e nella cooperazione internazionale. Tra le sue pubblicazioni: Il Sessantotto, Mazzotta, 1978 e NdA, 2008; A casa – Una storia irritante, l’Ancora del Mediterraneo, 2001; Un mondo usa e getta, Feltrinelli, 1994 e 2000; Tutti in taxi – Demonologia dell’automobile, Feltrinelli, 1996; Prove di un mondo diverso – Itinerari d lavoro dentro la crisi, NdAPress, 2009, La civiltà del riuso, Laterza, 2010; La conversione ecologica, NdAPress, 2011, Virtù che cambiano il mondo – Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, 2013
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