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Europa in Movimento

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Matteo Renzi al Parlamento Europeo

di Redazione Europa in Movimento

Ha sorpreso molti la durezza delle dichiarazioni del premier Renzi all’indomani delle osservazioni della Commissione Europea sulla opportunità di orientare la riduzione della tassazione sul costo del lavoro piuttosto che sulla casa, come invece annunciato dal governo. Renzi ha infatti dichiarato che la politica fiscale dell'Italia "la decidiamo noi" e non ce la facciamo dettare da "un burocrate di Bruxelles".

I commenti a tali irrituali dichiarazioni vanno dalla soddisfazione degli ambienti della destra conservatrice alle critiche della destra liberale sul merito della questione “tasse”, mentre la sinistra non sembra volersi esporre. Pochi hanno invece colto la contraddizione e l’errore commessi da Renzi. Renzi sbaglia nel tono e nella sostanza.

L'Italia ha infatti sottoscritto i trattati UE che prevedono il recepimento e il rispetto di Direttive e Regolamenti approvati democraticamente dal Parlamento Europeo e dal Consiglio. Fra questi Regolamenti e Direttive vi sono il cosiddetto "Six Pack" ed il successivo "Two Pack" che prevedono espressamente verifiche e suggerimenti da parte della Commissione Europea sui documenti di programmazione economica e sulle iniziative di politica economica dei Governi degli Stati membri.

Il fatto che i suggerimenti giungano prima della stesura definitiva del Documento di Programmazione Economica è assolutamente legittimo da parte della Commissione, proprio in virtù del principio di leale collaborazione fra Stati membri e Istituzioni europee, e sono espressamente previsti in una fase di confronto detta “semestre europeo”.

Definire tali interventi delle Istituzioni europee come iniziative di un "burocrate di Bruxelles", per un primo ministro di un paese membro dell'UE, è un errore.

Primo errore: la politica fiscale dell’Italia non “la decidiamo noi”; in un mercato unico con una moneta unica e, in presenza di una legislazione europea con Regolamenti e Direttive, la politica fiscale va decisa in coerenza con questi impegni presi non solo democraticamente dal Parlamento europeo eletto e dal Parlamento nazionale anch’esso democraticamente eletto, ma addirittura decisi anche dai Governi all’unanimità, e quindi col voto favorevole dell’Italia, in quel trattato intergovernativo che, in gergo, è chiamato “Fiscal Compact” (che è bene ricordare si tratta di un accordo tra governi fuori dai trattati dell’Unione europea: infatti il Parlamento europeo ne è escluso). Si può certo dissentire dalle indicazioni della Commissione Europea, ma lo si fa in un contraddittorio previsto dai Regolamenti e non con una dichiarazione dettata a braccio davanti ad una telecamera.

Secondo errore: le osservazioni non provengono da un “euro burocrate”, ma sono le osservazioni che la Commissione ha il dovere di esprimere durante il cosiddetto “semestre europeo” in cui i Governi espongono i loro programmi economici e finanziari e la Commissione ne valuta la compatibilità con gli impegni presi in sede europea. Ricordiamo, inoltre, che questa Commissione è stata nominata dai governi sulla base dei risultati delle elezioni europee, i suoi membri sono stati giudicati uno per uno dai parlamentari europei e la commissione è stata, infine, eletta dal Parlamento Europeo dopo un lungo iter democratico; altro che “euro burocrati”!

L'intervento di Renzi sulla politica fiscale dell'Italia merita un cartellino giallo. Il Premier ha sbagliato, infatti, il bersaglio: invece di attaccare la Commissione europea avrebbe potuto cogliere l’occasione per proporre una vera politica fiscale europea e la trasformazione della Commissione in un governo europeo responsabile di fronte al Parlamento europeo.

XXVIII Congresso del MFE - Latina 28-29-30 aprile 2017

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