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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Manifestanti a GDAŃSK con la bandiera polacca e europea

Gli esiti delle elezioni parlamentari in Polonia del 25 ottobre scorso avevano reso immediatamente chiaro che il contagio ungherese, causato soprattutto dall’inerzia europea a quanto accaduto a Budapest, era iniziato. Le previsioni per il futuro del Paese dell’Aquila Bianca erano chiare fin da subito, ed assolutamente funeste. Probabilmente, però, quasi nessuno si poteva aspettare che un Paese potesse precipitare nel baratro con la rapidità che stiamo vedendo.

Tralasciando l’episodio meno prevedibile da parte della maggioranza di governo del PIS, il blitz della Polizia Militare nel Centro NATO di Varsavia il 18 Dicembre scorso per destituire il direttore, sono due sinora gli atti eclatanti del nuovo governo.

Il 16 dicembre è stata annunciata la riforma della Corte Costituzionale polacca che, richiedendo per la declaratoria di incostituzionalità i due terzi dei voti, ha reso determinanti i giudici di nomina governativa assicurandosi che nessuna delle leggi che saranno approvate possa essere, di fatto, messa seriamente in discussione alla luce della Costituzione. Una stoccata sferrata al cuore dello Stato di Diritto.

A fine anno, poi, il Parlamento ha approvato una legge che pone sotto il diretto controllo del governo la televisione di Stato, una legge che il Presidente Duda ha firmato all’inizio dell’anno nuovo disattendendo l’invito a non promulgarla che gli era arrivato, con una nota pubblica assolutamente irrituale, dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio D’Europa. La parola fine alla libera informazione giustificata dalla portavoce della Presidenza della Repubblica, secondo quanto si può anche leggere sul sito in lingua inglese della presidenza, con la pretesa necessità di distinguere tra le opinioni dei giornalisti troppe volte espresse nella tv di stato ed i fatti.

La situazione che si è determinata in Polonia mostra plasticamente quali sono i rischi che ci si assume quando si sceglie il non voto, e quale possa essere il volto di una minoranza che voglia prendere il potere. La bassa affluenza (al di sotto del 50%) ha chiaramente avuto un peso su questo stato di cose. Ma sicuramente ciò che sta accadendo non segna, come invece qualcuno pensa, una pericolosa rottura dei polacchi con il proprio passato.

Chi conosce un po’ la storia della Polonia sa bene che esiste una Polonia Nazione che non ha bisogno della Polonia Stato per esistere e che è sopravvissuta a oltre 120 anni in cui lo Stato Polacco era stato spazzato via dalle carte geografiche. È la nazione, formata dal popolo, la custode di quella storia millenaria protesa alla democrazia ed al valore di libertà, e quel popolo continua a difendere quei valori in cui crede.

Come con velocità incredibile si è mosso lo stato, con velocità ammirabile si è mosso il popolo organizzando un comitato di difesa della democrazia che ha risposto, per quanto finora gli è stato possibile, punto per punto. Il popolo è sceso in piazza il 19 dicembre in difesa del Tribunale Costituzionale, ed ha letteralmente invaso le piazze della Polonia il 9 gennaio in difesa della libera informazione. Il KOD (questa la sigla del Comitato) è già stato ribattezzato da molti come “la Solidarnosc del XXI secolo” in riferimento al sindacato che negli anni ’80 è riuscito ad ottenere libere elezioni in Polonia facendo lo sgambetto all’intera Unione Sovietica. La determinazione con cui si muove il KOD è evidente. Anche se è ancora ben lungi da raggiungere i numeri di iscritti di Solidarnosc, le foto delle piazze del 9 gennaio polacco sono impressionanti.

E nella nuova difesa della democrazia in Polonia c’è un particolare importante che non può essere trascurato. Prima che la legge sui media fosse promulgata da Duda, la forma di protesta scelta da radio e televisione è stata quella di trasmettere assai di frequente (si parla anche di una volta all’ora) l’inno nazionale e l’inno europeo, e nelle piazze del 9 Gennaio il vessillo che è stato portato quale emblema di libertà accanto alla bandiera del Paese è la bandiera a 12 stelle della nostra Europa. La fede comune nei valori di libertà e democrazia sta andando a braccetto con la speranza di una Europa unita e migliore che sia vero baluardo di libertà e di democrazia, una Europa che per lungo tempo è stato il sogno di una nazione e che, dal 2004, ha rappresentato per un popolo un grande obiettivo raggiunto.

L’Italia è da sempre stata amica della Polonia, e negli ultimi secoli sono molte le persone morte “per la vostra e la nostra libertà”, sia su suolo italiano sia su suolo polacco (pensiamo all’eroe nazionale polacco Francesco Nullo che fu anche una delle camicie rosse di Garibaldi). L’Italia contribuì in qualche misura a far rinascere la Polonia costituendo, nel corso della prima guerra mondiale, un corpo d’armata interamente composto da persone di nazionalità polacca di stanza alla Mandria di Chivasso che ha poi sfruttato l’esperienza maturata combattendo per l’Italia per andare a combattere per le frontiere orientali del Proprio Paese. In Italia negli anni ’80 vi sono state moltissime iniziative di solidarietà con il sindacato libero polacco che hanno, in qualche misura, contribuito a ciò che poi è successo. In qualche modo l’amicizia italo polacca è stata un seme di quell’Europa allargata che solo in questo secolo abbiamo potuto vedere dopo il crollo dei blocchi che proprio dalla Polonia è iniziato. In qualche modo la Polonia è l’Europa, non solo perché geograficamente è al suo centro.

Quelle bandiere ci ricordano questa storia comune, ci ricordano la speranza comune per il futuro e ci dicono che ancora non tutto è perduto. Quelle dozzine di stelle su cielo blu che brillano nelle piazze polacche solo la luce di un cammino che deve riprendere: illuminano le colpe e le responsabilità di un continente inerte di fronte al male che si manifestava in Ungheria, ma anche la consapevolezza che siamo ancora in tempo per impedire che quel male si diffonda ancora, la certezza che insieme ce la si può ancora fare. Il risuonar dell’Inno Europeo accanto a quello polacco ci ammonisce che, se la Polonia non è morta (come dice l’inno polacco composto nell’italiana Reggio Emilia), anche l’Europa non deve essere lasciata morire per il cancro che sembra andare in metastasi nell’Est del continente.

Come già ricordato sulle pagine di Europa in Movimento da Livia Liberatore, in questi giorni l’Europa discuterà della posizione della Polonia alla luce dell’Art. 7 TUE, ma è poco probabile che qualche posizione particolarmente dura venga assunta dall’Unione, e d’altronde proprio i metodi soft con l’Ungheria hanno portato a questo. I polacchi ci ricordano che una reazione dal basso è ancora possibile, e d’altronde, il progetto europeo ha sempre dimostrato di avere la propria forza maggiore nei cittadini con i più grandi passi avanti fatti quando le mobilitazioni di popolo erano ancora forti. Insieme, se lo vogliamo, possiamo provare a fare la differenza non come polacchi o italiani, ma come europei.

 

Autore
Francesco Ristori
Author: Francesco RistoriWebsite: http://www.ristorifrancesco.it
Bio
laureato in Giurisprudenza e in Scienze Intenazionali e Diplomatiche, Medaglia d'Oro di Custode dei Luoghi della Memoria Nazionale Polacca.
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