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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Jean Paul Fitoussi - Information campaign on Europe

Dopo 5 giorni di estenuanti riunioni alle 5:32 di martedì 21 luglio il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha pubblicato su Twitter: “Deal!”. Ce l’hanno fatta: dopo 92 ore di riunioni plenarie e confronti diretti i 27 capi di stato e di governo dell’UE sono approdati a una conclusione in cui, ad ascoltare le dichiarazioni dei protagonisti, tutti hanno vinto ma se andiamo a leggere le carte ha perso l’Europa di Ventotene.

Hanno vinto l’Olanda e i paesi frugali che hanno ottenuto una percentuale inferiore di sussidi nel piano da 750 miliardi di euro, ulteriori sconti per il prossimo bilancio europeo (2021-27) e il freno di emergenza sull’erogazione dei fondi per i piani nazionali. Uno o più stati membri possono chiedere, infatti, la convocazione di un Consiglio europeo straordinario e senza l’ok del Consiglio la Commissione non può approvare i pagamenti.


Ha vinto l’Italia che ha ottenuto 209 miliardi di euro di finanziamenti, 82 di sussidi e 127 di prestiti, 35 miliardi in più della proposta iniziale della Commissione.

Hanno vinto l’Ungheria e la Polonia che otterranno finanziamenti continuando a infischiarsene dello stato di diritto.

Ha vinto il Lussemburgo e Malta che hanno ottenuto due bonus - rispettivamente - di 100 e 50 milioni di euro.

Hanno vinto la Germania e la Francia che avevano proposto un piano di rilancio di 750 miliardi di euro per il periodo 2021-2023. La cifra è rimasta intatta sebbene la percentuale di sussidi rispetto al totale è scesa dai 2/3 iniziali a poco più del 50%.

Leggendo la stampa nazionale in Italia e in tutta Europa sembrerebbe che abbiano vinto tutti. Non è così. Se esistesse una stampa europea leggeremmo un altro titolo: “Hanno vinto gli egoismi nazionali e ha perso l’Europa”.

Il prossimo bilancio europeo è stato ridotto a 1074 miliardi di euro, una cifra inferiore a quella proposta dal Consiglio a inizio anno prima della pandemia, dalla Commissione e dal Parlamento europeo. Inferiore anche al precedente bilancio europeo del periodo 2014-2020 che arrivava a 1082 miliardi.

Si è tagliato sui fondi alla sanità, al Green deal, alla ricerca e ad investimenti a livello europeo. Alcuni strumenti come quelli per fronteggiare le crisi sanitarie transfrontaliere e per la ricapitalizzazione delle imprese non riceveranno fondi. L’intesa riduce la parte innovativa del bilancio ha sottolineato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Inoltre avremo meno risorse per gli aiuti umanitari e per la cooperazione internazionale mentre salgono i fondi per la difesa. A fronte di tutti questi tagli ad aumentare sono solo gli sconti al bilancio europeo per alcuni paesi: Danimarca, Olanda, Austria e Svezia. Guarda caso i paesi frugali quelli che hanno messo avanti a tutto gli interessi nazionali.

Il negoziato estenuante durato cinque giorni ha portato anche qualche segnale di speranza.

L’accordo prevede, infatti, l’introduzione di nuove risorse proprie per finanziare il bilancio europeo. Dal 1 gennaio 2021 ne sarà introdotta una basata sulla plastica non riciclabile. Mentre su carbon tax alla frontiera e digital tax ci sono solo impegni non stringenti di una possibile entrata in funzione nel 2023.

E per la prima volta si introduce uno strumento temporaneo con il quale la Commissione europea potrà contrarre prestiti sul mercato a nome di tutta l'UE per finanziare il piano Next Generation EU.

I paesi frugali hanno dovuto accettare l’emissione di Recovery Bond, con garanzia nel bilancio europeo, e quindi un investimento condiviso sul futuro per la ripresa post-Covid. Se tale strumento verrà istituzionalizzato si tratta di un significativo passo verso una vera integrazione che si fa carico della solidarietà tra Stati.
In conclusione possiamo affermare che, con il compromesso raggiunto dal Consiglio europeo del 17-21 luglio 2020, l’Europa ha fatto un passo importante in avanti e due passi indietro.

Resta sul tappeto la riforma delle attuali istituzioni a cominciare dall’eliminazione dell’inutile potere di veto nazionale. Una riforma federale che dia all’UE un governo democratico responsabile di fronte al Parlamento europeo dotato di un bilancio degno di tale nome finanziato da risorse proprie europee. Difficile ma indispensabile a rendere l’UE un attore credibile per affrontare le crisi multiple globali che ci troviamo di fronte: la crisi sanitaria e quella climatica e ambientale.

Autore
Nicola Vallinoto
Bio
Informatico, federalista ed altermondialista. Ha curato con Simone Vannuccini il volume collettivo “Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo” edito da ombre corte nel 2010. Ha ideato e promosso l'International Democracy Watch con Lucio Levi e Giovanni Finizio con i quali ha pubblicato il primo rapporto "The democratization of international organizations. First international democracy report", Routledge, 2014. Ha pubblicato "Le parole di Porto Alegre" ed "Europa anno zero", Frili Editori 2002.
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