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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Il vertice Italia, Germania e Francia sulla Garibaldi, Ventotene 22 agosto 2016 (foto di Nicola Vallinoto)

I. EUROPA A DOPPIA VELOCITA'?

Spesso si sente dire (o si legge anche su quotidiani prestigiosi) che l'Europa non esiste, che l'Europa che abbiamo creato non funziona più, e che si deve riconoscere che la democrazia funziona solo su base nazionale. Personalmente non condivido il luogo comune dei nazionalisti che è collegare l'antieuropeismo al tema della democrazia. Lo affermo pur condividendo la preoccupazione di chi teme che i processi di denazionalizzazione possono erodere le fonti socioculturali della legittimità democratica e lo stato sociale, senza creare un'alternativa. Il vero problema dell'Unione europea è che l'edificio (europeo) è incompiuto e, di certo, non perfetto.

E il vero problema dell'euro è che, quando è esplosa la grande crisi del 2008-2009, ci si è trovati con una moneta unica, ma senza un vero governo (economico e politico) europeo. L'Europa non è la causa dei problemi. E con una guerra commerciale “a tutto campo” - a suon di dazi e riduzione di importazioni - a lungo termine tutti hanno da perdere. Lasciare l'euro per far crescere il deficit senza essere imbrigliati dalle regole europee? Comporterebbe un aumento del costo del debito, il ritorno a una situazione (del tutto priva di regole) analoga a quella del 2008, una guerra tra monete e miopi svalutazioni (valutarie) piuttosto che innovazione ecc.. E impoverirebbe i cittadini. Anche se è vero pure che – per assenza di debito controlli di debita conversione - con l'euro i prezzi sono stati triplicati se non quintuplicati, basti pensare al costo delle case in Italia.
Senza il “whatever it takes” di Mario Draghi - il suo famoso “faremo di tutto per salvare l'euro”- e le azioni della Banca centrale europea che ne sono derivate - e senza decisioni, prese a Trattati vigenti, quali lo scudo anti-spread, la creazione del Fondo salva-stati, la golden rule, il lancio del Piano Juncker ecc. - le conseguenze economiche e sociali della grande crisi finanziaria (2008-2009) nata in America (e non in Europa), e della successiva crisi dei debiti pubblici, sarebbero state ancora peggiori.
Draghi, che guida un'istituzione che persegue obiettivi generali e non su misura dell'interesse dei singoli paesi, giorni fa al PE ha precisato che gli attuali stimoli Bce – quantitative easing e bassi tassi - sono ancora necessari. E sembra abbia addirittura indicato l'intenzione di mantenere una politica monetaria espansiva fino alla fine del suo mandato (2019). “Il ritiro degli acquisti mensili di titoli sovrani potrebbe minacciare l'esistenza dell'euro”, sottolinea anche l'economista Thomas Meyer. E l'asse Draghi-Merkel su un euro a unica velocità sembra esser solido come non mai, benché i furiosi risparmiatori tedeschi vorrebbero un aumento dei tassi di interesse. Il presidente della Bundesbank Weidmann riconosce che i bassi tassi di interesse hanno anche effetti positivi per creare posti di lavoro, e “per le entrate dello stato” e spiega che non è il momento di frenare la politica monetaria voluta da Draghi.

Oggi più che mai la BCE è una vera e propria “trincea” europea. Ma da sola non può risolvere tutti i problemi, anche perché permangono variabili problematiche strutturali quali divergenze nell'eurozona, ripresa differenziata, focolai di crisi nel mediterraneo, ecc. La stessa corsa degli spread (il crescente divario tra bund tedesco e i titoli di stato decennali di Grecia Italia e Francia) lo indica.
In un contesto di crisi multiple - e di virulento anti-europeismo nazional-populista - la politica dei piccoli passi non basta più. Non a caso, la stessa Merkel - posto all'ordine del giorno il futuro dell'Europa – si è detta disponibile a rafforzare l'integrazione dei Paesi disponibili. Ed è aperta al rilancio di un'Europa a doppia velocità (pur senza “club esclusivi”) come strada per non perdere altri partner dopo il RU.

Nel mondo aumentano anche le disuguaglianze, oltre che nuove economie emergenti e nuove potenze (cui altre seguiranno a ruota). Theresa May  alza il suo muro e, avvicinandosi al Presidente Trump, lancia la sfida di una “hard Brexit” – “non manterremo neanche un pezzo” (da qui l’annuncio della loro uscita dal mercato unico europeo) – e, se ostacolata, minaccia di abbassare le tasse (quindi guerra fiscale!). Donald Trump con il suo “America first” sceglie il protezionismo, minaccia una guerra commerciale con la Cina e un rafforzamento del dollaro, preferisce Accordi bilaterali, congela l'ipotesi di due Stati (sraele e Palestina), attacca la Germania (che detiene uno degli avanzi commerciali più elevati nei confronti degli Usa), evoca con favore lo sgretolamento dell’Ue e definisce la Nato “obsoleta” (anche se – almeno per il momento - non ci sarà una ritirata americana dalle sue alleanze). Il  ruolo di  Putin (in Siria, ecc.) – alleato con Endogard Turchia – si rafforza. E il Presidente Trump gli esprime simpatia condizionata. Intanto – al World Economic Forum di Davos –  il leader cinese, dichiarandosi pronto a un ruolo guida globale, si candida quale motore dell’economia globalizzata. Contro ogni legge, il governo d'Israele annette le colonie nei territori palestinesi. E potrei continuare..
Gli equilibri planetari, e il mondo, stanno cambiando. E (a causa di crisi multiple) i diritti dell'uomo, i diritti fondamentali e del lavoro, sono sempre più violati. Tuttavia ( in Europa e nel resto del mondo) bisogna darsi anche l'obiettivo di salvaguardare quanto di meglio siamo stati capaci di immaginare e realizzare: democrazia, riduzione dell'analfabetismo, assistenza previdenziale e sanitaria, libertà civili, diritti dei lavoratori, diritti dell'uomo, pluriculturalismo, parità di genere, non discriminazione, rispetto dell'ambiente, regole per la libera circolazione e per la finanza, rispetto delle leggi internazionali, progresso scientifico, benessere materiale ecc. E questo può, forse, essere più facile con un'UE più forte, piuttosto che con un'Europa delle Nazioni frutto di un'UE disgregata.

Ci sono problemi che nessuno stato può risolvere da solo - Dopo Brexit, i capofila di chi vuole meno Europa (dotati di poca familiarità con l'equilibrio tra lealtà atlantica e appartenenza all'Ue) sono i Paesi dell'Est spesso accusati (non a torto) di scarsa solidarietà europea, e di poca riconoscenza per l'enorme sforzo finanziario dall'UE fatto a loro favore. Per noi, la dominazione sovietica è stata una minaccia. Per loro è stata una realtà. E' ovvio che la loro percezione della propria sicurezza, e del significato dell'alleanza con gli Usa, è diversa. Agli occhi della Polonia, dell’Ungheria, della Repubblica Ceca e della Slovacchia (Gruppo di Visegrad o V4) la clamorosa scelta della Gran Bretagna di lasciare la casa comune europea è quindi «una opportunità per migliorare il funzionamento dell’Unione». A Bratislava. il V4 ha chiesto che venga difeso «un equilibrio istituzionale» che garantisca al Consiglio europeo «il ruolo di definire direzioni e priorità» e un rafforzamento del ruolo dei Parlamenti nazionali. “Il progetto europeo si è arenato” e “bisogna lasciar cadere le illusioni federaliste”, ha di recente scritto l'ungherese Orban secondo cui - affinché l'Europa diventi di nuovo forte - “ci vuole un ritorno all'Europa delle Nazioni”.
Dopo la vittoria del verde Van der Bellen, in Austria, c'è sete di rivincita da parte dei populisti. E c'è anche chi parla di Swexit, Grexit – in caso di vittoria di Marine Le Pen alle prossime elezioni francesi - di Francexit, e addirittura di una uscita della stessa Germania!
Ma attenzione nazional-populisti! Con l’affermarsi di economie emergenti e di nuovi protagonisti, il mondo cambia, ma continua ad essere caratterizzato da interdipendenza. E ci sono sfide minacce e problemi – quali crisi multiple, immigrazione e crisi dei rifugiati, cause del terrorismo e dei molteplici conflitti in essere, lotta ai cambiamenti climatici,dumping sociale salariale fiscale ambientale, spread che si ampliano, politiche di Trump, problemi di crescita e sviluppo ecc. - che nessuno Stato può veramente risolvere da solo.

C'è troppo poca Europa - In un momento, quindi, in cui i movimenti nazional-populisti si colorano sempre più di anti-europeismo (basti pensare all’esito del referendum inglese su Brexit e all'onda di contagio che minaccia l'Unione) – e gli euroscettici dilagano (a partire dal blocco dell'Est, ma nessuno è escluso) - non sarà forse inutile sottolineare che non c’è troppa Europa. Piuttosto, c’è troppo poca Europa. Il progetto europeo andrebbe quindi completato, se non si vuole assistere a una sua graduale disgregazione con tutto ciò che questa può comportare per la pace fra gli stessi europei, la sicurezza, la capacità di reazione agli choc esterni (finanziari, immigrazione, e conflitti ecc.). D’altra parte, è vero anche che l’Europa (UE) che c’è, non è perfetta, né tanto meno esente da eurosprechi, ragion per cui trovo interessante, per esempio, un recente libro di Roberto Ippolito Eurosprechi (Chiarelettere), buon punto di partenza per ulteriori approfondimenti. Io stessa, da anni, sostengo che bisogna rivedere anche come sono spese le risorse Ue (per fognature senza sbocco, e altre frodi ?) – per fare cosa, e come – e che non basta una correttezza formale dei conti. Bisogna prestare più attenzione a cosa (e come) si realizza..

Circa il suo futuro.... - Quanto al futuro dell’Europa – innanzitutto – ci sarebbe da riprendere a crescere, e se possibile, senza debiti. E ci sono problemi strutturali da risolvere, con misure – e infrastrutture – per energia, ambiente, trasporti (verdi), economia circolare, digitalizzazione e industria 4.0 (cioè, robotica intelligenza artificiale e Big Data Rete, e investimenti nella conoscenza), crowd e share economy, job / e imprese creation ecc. Servono quindi più investimenti, di quanto già previsto dal Piano Juncker. Ma, forse, c’è anche da rivedere il Fiscal compact (adottato con un Accordo intergovernativo) e altri Patti. E c’è da uscire da regole di bilancio troppo stringenti, se necessario anche con una sospensione temporanea delle regole. In altri termini, c’è da tornare ai Trattati, al rispetto dei diritti umani, e ai veri valori del processo d’integrazione europea avviato dai padri fondatori.
Inoltre – personalmente - concordo con chi ritiene che c’è da concentrarsi (lasciando la porta aperte a tutti i Paesi che vorranno aderirvi) innanzitutto sull’Europa dei 19 paesi membri dell’Unione economica e monetaria (UEM), completando l’Unione economica e bancaria, e l’Europa fiscale e dei capitali. E dandosi anche l'obiettivo di un'Europa sociale. Sì quindi a una Cooperazione rafforzata, purché non diventi una cooperazione à la carte e a macchia di leopardo e purché sia intesa quale Nucleo aperto ad altre adesioni. L'Europa a più velocità - esiste già (per euro, Trattato di Schenghen, ecc. ). Sì, quindi, a passi istituzionali concreti - anche in una logica di cerchi concentrici e di Cooperazione rafforzata - verso una vera Unione federale. Ma per la sua costruzione non basta l'ingegneria istituzionale. Serve anche far risorgere (e affermare) accanto alle varie identità (nazionali locali culturali etniche ecc.) un sentimento di appartenenza comune alla Comunità comune dei cittadini europei e, anche grazie a programmi quali Erasmus, una identità “europea”. E soprattutto serve una capacità – europea - di risoluzione dei veri problemi cui i cittadini europei sono oggi confrontati (disoccupazione, scarso potere di acquisto, violazione dei diritti dell'uomo, e del lavoro, ecc.). Solo così si potrà superare l'attuale crisi di fiducia, nei confronti dell'Europa, peraltro dai politici nazionali resa colpevole anche di cose di cui colpevole non è, per un utile scaricabarile di responsabilità, soprattutto alla vigilia di elezioni.

Le possibili formule di integrazione europea - Sono varie le possibili formule d'integrazione europea. C'è l'Europa à la carte (gli stati possono scegliere come da un menu a quali politiche intendono prendere parte). C'è l'Europa a più velocità (si procede verso gli stessi obiettivi ma assecondando la differenziata capacità di tenere il passo). C'è l'Europa a geometria variabile (nocciolo duro, cerchi concentrici, due Europe), con cui si fa qualcosa in più con qualcuno in meno, destinato a sopraggiungere in un secondo momento (è la formula che si è già adottata, ad esempio, per lo SME e per l'euro e per l'Accordo di Schengen). Le variabili riguardano il numero di Paesi in temporanea deroga, la durata della deroga, l'assetto istituzionale dei settori aggiuntivi (autonomo o lo stesso proprio del centro di gravità?).
Nell'approfondimento della riflessione sulla flessibilità, si distingue l'approccio fondato sulle politiche a “macchia di leopardo” da quello fondato sull'idea di “Integrazione rafforzata” che riconduce ad un'unica categoria il lessico del dibattito politico sull'evoluzione dell'Unione (“avanguardia aperta”, “gruppo pioniero”, “gruppo precursore”, “plotone di testa”, “centro di gravità” “cuore dell'Europa”). E' una differenza importante perché si discosta dalle impostazioni che rischiano di configurare le Cooperazioni rafforzate come un mero espediente per aggirare la regola dell'unanimità, o per creare “nuclei duri” di matrice intergovernativa. Cooperazione rafforzata e Integrazione rafforzata sono due modi distinti di cooperazione, con una densità diversa, di cui ciascuna risponde ad una logica diversa (mentre le cooperazioni rafforzate sarebbero tendenzialmente centrifughe, l'integrazione rafforzata sarebbe essenzialmente centripeta). Con la Cooperazione rafforzata - inserita nel Trattato di Lisbona – più di 9 Paesi hanno detto sì a tasse sulle transazioni finanziarie.
Circa il tanto temuto federalismo, oggi più che mai, sarebbe forse cosa utile un Convegno europeo/internazionale che aiuti i cittadini europei a capire di cosa si parla. Una Federazione di Stati nazione? Una Federazione leggera per gli Stati Uniti d'Europa, in cui con notevoli risparmi per i cittadini - in conformità con il principio di sussidiarietà – i compiti svolti a livello federale (ad es. politica estera, spese militari, ecc.) non dovrebbero più essere svolti dai singoli paesi? Tra l'altro, resta tuttora aperta (tra l'altro) la diatriba tra i difensori del modello federale dell'Unione americana (Presidente eletto a suffragio universale) e i difensori del modello federale tedesco (più parlamentare).
Di fatto, attualmente – anche in vista della celebrazione dei 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma (25 marzo 2017) - sembra oramai avviato un dibattito sull'Europa a doppia velocità. E, ad oggi, sembra esserci una certa convergenza sulla difesa europea. Per altri settori ci sono difficoltà.

Tutti uniti allo stesso modo o Europa a due velocità? - Non è più tempo di retorica. E non è più neanche tempo di nascondersi dietro formule fumose quali ”strategie differenziate di costruzione dell'Ue”.
C'è da mettersi d'accordo su cosa significa “Europa a due velocità” (e se il Gruppo di paesi che verrebbe a formarsi resterà aperto a chi vi volesse aderire). Significa traino o frattura? Significa creazione di due assi - l'asse-Nord Europa (dei paesi virtuosi) e l'asse-Sud Europa (per i paesi spendaccioni e indisciplinati) - o piuttosto rifondazione dell'Unione europea a partire dai suoi stati più anziati?
In quest'ultima ipotesi, si tratterebbe dei sei Paesi fondatori della CEE? O dei 19 Paesi già membri della Zona euro (detta anche Eurozona o Eurolandia)? L'esistenza dell'Eurogruppo (riunioni dei ministri delle finanze degli Stati membri la cui moneta è l'euro) è stata riconosciuta dal Trattato di Lisbona.
Personalmente preferirei questa seconda ipotesi, soprattutto se si trovasse un vero consenso sull'obiettivo (“irrevocabile” come Draghi dice essere l'euro) di realizzare concretamente anche un'Europa sociale - in altri termini un'UEMS (Unione economica monetaria e sociale) oltre che politica - che miri innanzitutto a crescita, progresso e sviluppo (anche sociale) in Europa e nel resto del mondo, creazione di benessere diffuso, di posti di lavoro, del lavoro del futuro, ecc. Nell'eurozona, la crescita del suo Pil, salito dell'1,7% l'anno scorso, supera l'1,6%. messo a segno dagli Usa. E la disoccupazione è calata sotto il 10%. Tuttavia è vero anche che – dietro il rafforzamento della ripresa – c'è un quadro molto differenziato. Nel 2016, la Germania è cresciuta dell'1,9%, la Spagna del 3,2%, l'Irlanda del 4% e l'Italia meno dell'1%.
E ancora, quale politica per il Mediterraneo in questa ipotesi di Europa a doppia velocità? Ci sarebbe posto per una vera strategia - e politica - per il Mediterraneo? Last but not least, a monte, assicurando una rappresentanza democratica ed efficiente, andrebbe meglio chiarito (anche) chi decide?
Ad oggi, c'è chi è più pronto a mettere in comune la difesa e/o lo spazio unico di sicurezza e chi l'Europa sociale. Trattandosi di un metodo, per la definizione dei contenuti dell'Europa a due velocità bisognerà aspettare gli esiti delle elezioni politiche in Francia e in Germania. Intanto una cosa è – a mio avviso - certa.
L'Europa delle nazioni non può essere la risoluzione di problemi che nessuno Stato può oramai risolvere da solo.

Il Libro bianco sul FUTURO DELL'EUROPA - La Commissione europea ha da poco adottato il suo Libro bianco sul “Futuro dell'Europa Riflessioni e scenari per l'UE a 27 verso il 2025”, che sarà seguito da una serie di documenti di riflessione - sullo sviluppo della dimensione sociale dell'Europa, l'approfondimento dell'Unione economica e monetaria sulla base della relazione dei cinque presidenti del giugno 2015, la gestione della globalizzazione, il futuro della difesa europea, il futuro delle finanze dell'UE) -  che (come il Libro bianco) esporranno idee, proposte, opzioni e scenari diversi per l'Europa nel 2025, senza presentare, a questo stadio, decisioni definitive. Dovrebbe avviare un dibattito di vasta portata. Una volta definita la funzione, la forma seguirà.

“Troppo spesso – evidenzia la Commissione  – il dibattito sul futuro dell'Europa si è ridotto ad una scelta binaria tra più o meno Europa. Questo approccio è fuorviante e semplicistico: le possibilità contemplate variano dallo status quo a un cambiamento del raggio di azione e delle priorità fino a un balzo parziale o collettivo in avanti”.

Il Libro bianco delinea, quindi, cinque possibili scenari: Avanti così, Solo il mercato unico, Chi vuole di più fa di più, Fare meno in modo più efficiente, Fare molto di più insieme. Ragion per cui è stato considerato un un po' deludente da chi ritiene che c'è una sola vera opzione - rafforzare l'Unione europea (visto che c'è ancora molto da fare per costruire politiche comuni efficaci su lavoro, investimenti, fisco, ambiente, immigrazione e agenda sociale) – e che la Commissione non è un organismo burocratico, ma politico, e che in quanto tale deve assumersi le proprie responsabilità. Luca Visentini, Segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, lo ha commentato così.
Questo Libro bianco è “timido e scoraggiante. Il fatto che la Commissione europea non possa presentare altro che riflessioni e scenari, con (per ciascuno) un riassunto di svantaggi e inconvenienti, ci mostra a che punto il futuro sia incerto. La Commissione sembra aver rinunciato a ogni tentativo di prendere il comando e invita semplicemente ciascuno a dibattere delle opzioni. Potrebbe essere una politica realista ma questo indica, in ogni caso, il livello di divisione che regna nell'ambito dell'Unione europea.. Spero che Juncker sia più ambizioso. Nessuno di questi scenari contiene quello di cui i lavoratori hanno bisogno e che è rivendicato da sindacati e società civile, cioè, un'Europa più equa, più sostenibile, più democratica e inclusiva. La dimensione sociale è appena menzionata. Anche lo scenario “Fare di più insieme” è debole perché riguarda solo la zona euro e gli Stati desiderosi di farvi parte. Nell'interesse dell'UE, posso solo sperare che la Dichiarazione del Consiglio sul futuro dell'Europa sia più forte e più chiara. Ora spetta ai Capi di stato e di governo – che si riuniranno9 a Roma il 25 marzo.- di prendere la situazione in mano”. Ciò detto, resta comunque la cosa positiva del fatto che il Libro bianco può essere uno stimolo a un dibattito vero su: “cosa vogliamo fare di questa Europa dopo Brexit e in presenza di attacchi anche dall'esterno”?

II. SI' A UN'EUROPA ANCHE SOCIALE

Che l'edificio europeo fosse incompiuto, lo si è ben capito, in particolare, nel 2008-2009, cioè, quando è scoppiata la grande crisi finanziaria (subito diventata anche crisi economica sociale) partita dal cuore stesso del sistema di Wall Street, prendendo le mosse dal 1971, anno in cui Nixon decise di sganciare il dollaro dall'oro smantellando il sistema di Bretton Woods, smaterializzando la moneta; e dando inizio all'economia di carta - che ha poi preso il sopravvento sull'economia reale - e successivamente alla corrente di pensiero che credeva nell'autoregolamentazione del mercato.
Dinanzi alla crisi delle banche scoppiata dopo il fallimento della Lehman Brothers, gli Europei (al G20 e non solo) hanno ribadito la necessità di rifondare il capitalismo, regolamentando la finanza con regole globali. Un importante campo di azione dell'Ue è quindi diventato (e resta) quello della regolamentazione e sorveglianza finanziaria, europea e globale. Da qui anche i lavori per realizzare un'Unione bancaria (v. Sistema unico europeo di sorveglianza bancaria e un Meccanismo di risoluzione delle crisi degli istituti di credito, tuttora meno ambiziosi di quanto auspicabile).
E il governo economico? Dopo il varo dell'euro, il Patto di stabilità e crescita ha (tra l'altro) fissato limiti per il disavanzo di bilancio (3% del Pil) e per il debito pubblico (60%del Pil). Dopo la grande crisi 2008-2009, per avanzare verso un governo economico, sono poi stati adottati una serie di Pacchetti di misure, dal semestre europeo al Six Pack (che irrigidisce i vincoli di bilancio), dal Two-Pack (che prevede sorveglianza e monitoraggio) all'impopolare Fiscal compact (che blinda l'impegno di pareggio di bilancio), al Fondo salva stati permanente (ESM) con facoltà di ricapitalizzazione diretta delle banche, allo scudo anti-spread (per l'acquisto di titoli di Paesi sotto attacco speculativo) e altre misure della politica BCE a guida Draghi ecc.
L'UE è però caduta in preda all'ossessione del debito pubblico, e di una politica economica (d'impronta tedesca) di estremo rigore - contropartita richiesta dai conservatori per gli aiuti ai paesi in difficoltà - che il più delle volte ha riprodotto (e sta riproducendo) lo stesso copione: tagli alla spesa pubblica alla sanità e al welfare state, chiusura di fabbriche per assenza di clienti, svendita di pezzi strategici dei sistemi produttivi nazionali e di reti, problemi sociali crescenti, e ovunque mobilitazione e protesta sociale, e crescenti movimenti nazional-populisti e anti-Ue.

Eppure, a livello europeo, esiste lo spazio per un'azione di stimolo dell'economia. Da qui - dopo il succedersi di una lunga serie di proposte di un New Marshall Plan europeo - il varo dell'attuale (modesto) Piano Jucker di investimenti.

Intanto, un'analisi recente di carattere comparato su dati Ocse Fmi ecc. (Rassegna sindacale 2.2.2017) evidenzia che tutti i paesi delle economie emergenti (e di nuovo protagonismo) sono avviati a segnare tassi di crescita nettamente superiori a quelli di Usa, Canada, Ue pre e post Brexit. Qui di seguito, le sue cifre. Circa i BRICS è previsto: Brasile (+1%) Russia (+0.7%) India +7.5 Cina +6% e Sudafrica (+1,4%). Nel 2017 la migliore performance è prevista in India. Tra i nuovi protagonisti dell'economia mondiale si ritrovano anche Yemen +9%, Myanmar +8,6%, Costa d'Avorio +8,3%, Mongolia +7,8%, Laos +7,6%,Ghana +7,5%, Cambogia +7,2%, Bhutan e Gibuti +6,8%.. Per l'Indonesia (paese islamico) si prevede +5,3% e per la Turchia +3,3% . Per il Giappone si prevede un +0,4%. L'Europa è l'area economica con la previsione più bassa di crescita per il 2017 (+1,1%). Per l'Olanda e la Francia si prevede un modesto incremento dell'1%, come per l'Austria, per la Grecia +1,5% e per il Portogallo +1,3%, per la Gran Bretagna +0,6%. Nell' Europa dell'est - grazie anche agli aiuti per l'allargamento e l'integrazione - il trend di crescita prosegue con tassi doppi (Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, Ungheria) e tripli (Bulgaria, Polonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Lettonia) rispetto ai paesi dell'Europa occidentale

Che fare? Uscire dall'euro come propongono i nazional-populisti? O cambiare la politica economica (e sociale) ) dell'UE, per favorire più investimenti (anche pubblici) europei e strategici e maggior potere di acquisto dei cittadini europei , e puntando anche alla definizione di un pilastro di diritti sociali?

L'esplosione della grande questione di rifugiati ed immigrati (v. sbarchi di barconi a Lampedusa e non solo..) - da tempo sotto gli occhi di tutti - ha rilevato anche l'assenza di una politica alla cooperazione all'altezza delle sfide, e di una vera politica europea d'immigrazione proattiva, capace di offrire canali legali d'immigrazione; e capace anche di creare - in zone di potenziale emigrazione – lavoro e sviluppo (e sviluppo anche sociale): carenza cui si sta cercando di far fronte (tra l'altro) con l'African compact e decisioni che restano tuttora inapplicate, in paesi che preferiscono muri e filo spinato alla loro attuazione e al programma di ricollocazione dei migranti in Europa. Non a caso si comincia a parlare della possibilità di sanzioni in caso di non applicazione di quanto deciso.
Ultima tappa di questo impegno è il recente Accordo Italia-Libia (come l'accordo con la Turchia criticato da Ong impegnate nella difesa dei diritti umani che lo considerano “ ingiusto e disumano, un patto che ferisce il dovere di accoglienza previsto dalla Costituzione italiana e il diritto di asilo sancito dalle leggi UE e internazionali. Un tappo contro le migliaia di uomini, donne e bambini che fuggono da paesi impoveriti o dittatoriali, e che rimarranno intrappolati in centri di accoglienza, o meglio di detenzione").
La cosa positiva è che questo accordo segna una svolta. Si è oramai sviluppata la consapevolezza che la sicurezza del Mediterraneo e il controllo delle frontiere europee è un problema di tutta l'Unione europea. E marinai libici – spina dorsale della nuova guardia costiera libica – saranno loro a dover bloccare le partenze di gommoni dal porto di Zwara, soccorrere i migranti in pericolo e contrastare trafficanti di esseri umani e scafisti.

Intanto, i nazional-populisti sono sempre più anti-UE e anti-euro, anti-immigrati. Spetta quindi agli europeisti far capire le loro ragioni e proposte, e cosa si sta facendo.

Personalmente sono d'accordo con chi ritiene che l’Unione economica e monetaria-UEM (attualmente cooperazione rafforzata tra 19 Paesi) va completata. Va completata e andrebbe trasformata in UEMS (Unione economia monetaria e sociale). Agli altri paesi dell’UE ( 27 senza gli inglesi dopo Brexit) va invece chiesto il rispetto dei principi, dei valori, e delle regole dei trattati. Non è possibile avere una moneta unica e 19 politiche di bilancio. Unione fiscale significa anche regole comuni di bilancio, accordo sia sulle uscite (politiche di bilancio), sia sulle entrate (v. anche questione delle risorse proprie dell’Unione). Con una politica fiscale coordinata? O piuttosto – per evitare dumping fiscale – con un’armonizzazione dei livelli di imposizione, e delle basi imponibili? La recente proposta della Commissione Juncker di armonizzazione della base imponibile delle imprese – è un esile segnale nel giusto senso.
E ricordiamoci anche che nel 2017 – come precisava il Rapporto Monti – nell’UE gli oneri fiscali sul lavoro “hanno rappresentato, in media aritmetica, il 46% delle entrate fiscali, contro il 9,8% delle imposte sul reddito delle società”.
E’ in questo contesto che – nel luglio 2016 – la Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica sul pilastro europeo dei diritti sociali. L’iniziativa è rivolta alla zona euro, senza tuttavia escludere altri Stati membri che intendano aderirvi.
In realtà, l’Unione europea è zoppa di una vera politica di bilancio-fiscale-economica - comune - e di sociale. Il Trattato di Lisbona ha recepito il concetto di “economia sociale di mercato” - che ha il merito di enfatizzare il ruolo delle regole del gioco - ma nella realtà, sempre più spesso, non c’è rispetto delle regole, mancano vere regole sociali, e l’economia sociale di mercato è lontana dall’esser realtà. Benché dovrebbe essere il sociale a dare un senso all’Unione economica e monetaria, il sociale è sempre stato una Cenerentola. Tuttavia, fermarsi alla moneta unica implica un triste destino.
No – quindi – al dumping sociale, salariale, fiscale e ambientale: alimento dell’attuale ribellione, e disaffezione, dei popoli. Sì a una vera Unione europea – non solo economica monetaria e politica – ma anche sociale. Il futuro dell'Europa si gioca anche sulla dimensione sociale.

C'è da agire in Europa e nel resto del mondo - I diritti fondamentali dovrebbero prevalere sulle libertà economiche, e non solo in Europa. Se c'è accordo sul fatto che non c'è vero progresso senza progresso anche sociale, c'è da agire in Europa e nel resto del mondo. Oramai – lo scrivevo già anche nel mio libro del 2010 - non ci sarebbe più da chiedersi solo: “E ' meglio costruire una dimensione sociale del mercato unico europeo, o è meglio cadere in una guerra fra poveri; e in miopi protezionismi nazionali e guerre (a suon di aiuti nazionali) fra politiche industriali e di innovazione (con tutte le conseguenze che ne derivano) ecc.?”. Ci si dovrebbe chiedere anche: “Cosa fare per mettere in Agenda (e realizzare) - oltre che una migliore dimensione sociale del mercato unico europeo – anche la dimensione sociale della globalizzazione?”. Questo quesito andrebbe posto con forza anche in ambito ONU, G2o e G6 (ad oggi non so ancora se questo ridiventerà G7, visto che la Russia - a prescindere dalle sanzioni per il caso Ucraina - è un partner dell'UE e non un suo nemico) ecc. Il mondo cambia. E i nuovi soggetti dell'economia mondiale (anche se cominciano a reagire allo sfruttamento) spesso presentano difficoltà enormi nell'organizzare i lavoratori in sindacati, e salari - e trattamenti economici - inadeguati e non dignitosi.

Che fare? - Attualmente la politica sociale rientra nelle competenze concorrenti. Il Trattato di Roma ha previsto una “armonizzazione” dei sistemi sociali. Successivamente, sono poi subentrati la strategia di Lisbona (e poi la strategia di Europa 2020 , almeno in parte erede della strategia di Lisbona) – quindi – il cosiddetto Metodo del coordinamento aperto (in un’ottica di convergenza dei sistemi) e la strategia dell’occupazione. Con l’Atto unico europeo (senza precludere progressioni verso l’alto) è nata la possibilità di norme europee – minime – per definire soglie comuni al di sotto delle quali non è possibile andare. E – di fatto la legislazione sociale europea ha finora determinato sia peggioramenti sia miglioramenti dell’esistente. Nel 1992 – con il Protocollo sulla Politica sociale allegato al Trattato – il Trattato di Maastricht ha rafforzato il dialogo sociale europeo. Il Trattato di Amsterdam ha poi incorporato il Protocollo sulla Politica sociale del Trattato di Maastricht; e ha introdotto un nuovo capitolo sull’occupazione. Il Trattato di Lisbona, dopo il rifiuto (olandese e francese) del progetto di Trattato costituzionale, ha poi attribuito alla Carta sociale europea – adottata nel 2000 a Nizza (e preceduta dalla Carta sociale dei diritti fondamentali dei lavoratori del 1989) – lo stesso valore giuridico dei Trattati. Nell’ottica di una eventuale revisione dei Trattati – oggi – c’è chi rivendica (tra l’altro) un Protocollo di progresso sociale.

A mio avviso, l’idea di un nuovo Protocollo sociale sarebbe stata di certo utile al momento della negoziazione del Trattato di Lisbona. Ma, forse, nell’attuale contesto bisogna saper andar oltre questa richiesta: tutto quanto è sociale dovrà stare nei Trattati, dovrà essere parte integrante di un’UEM (unione economica e monetaria) che diventi un’UEMS (Unione economica monetaria e socale). E come dicevo all’inizio,ora, lo stesso J.C. Juncker ha lanciato una consultazione sul pilastro dei diritti sociali europei.

Si sta passando da un’armonizzazione dei diritti nazionali – fondata su standard minimi (o massimi) e mutuo riconoscimento – a una regolamentazione uniforme delle soglie di tutela?

Merita debita attenzione l’art. 151 del Trattato sul funzionamento dell’Unione. L’articolo prevede una parificazione delle norme sociali nel progresso, quindi, una convergenza verso l’alto. L’articolo 151 recita: “L’Unione e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, quali quelli definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989, hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione. A tal fine, l’Unione e gli Stati membri mettono in atto misure che tengono conto della diversità delle prassi nazionali, in particolare nelle relazioni contrattuali, e della necessità di mantenere la competitività dell’economia dell’Unione. Essi ritengono che una tale evoluzione risulterà sia dal funzionamento del mercato interno, che favorirà l’armonizzarsi dei sistemi sociali, sia dalle procedure previste dai trattati e dal ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative “.
E non sarà inutile ricordare che – sulla base della definizione SESPROS-EUROSTAT – le prestazioni sociali includono: malattie e cure sanitarie, invalidità, vecchiaia, superstiti, famiglia e cura dei figli, disoccupazione, abitazione, e esclusione sociale. In una sana logica di sussidiarietà, cosa fare a livello Ue?
A livello europeo – oggi – c’è già sul tappeto la proposta di Sistemi europei d’indennità di disoccupazione, in caso di choc. E’ una proposta sostenibile, e utile perché determina la rottura del principio tedesco di “No trasfert Union”. Ma attenzione a non tornare indietro, rispetto alla volontà politica (di questi ultimi decenni) di Politiche attive di lavoro (v. Agenda per la politica sociale (2000-2005), la rinnovata Agenda sociale del 2008 ecc.).
Cosa, questa, positiva, a Bruxelles sta ora lavorando anche una Task Force - presieduta da Prodi - con esperti di welfare e finanziatori (associazioni bancarie, BEI ecc.) che sta riflettendo per più investimenti, anche pubblici, sulle infrastrutture sociali (per sanità edilizia e education) investimenti che restano. Minoritari, anche nel Piano Juncker, rispetto agli investimenti per  infrastrutture economiche per trasporti, energia ecc..


La Risoluzione del PE sul pilastro dei diritti sociali - Personalmente, ho trovato interessante la recente Risoluzione del Pe sul pilastro dei diritti sociali, adottata – in plenaria - il 19 gennaio 2017. Oggi – ha precisato la relatrice Maria Joao Rodriguez (al momento dell’adozione della Risoluzione) – molti cittadini europei sono privi di protezione dinanzi alla competizione globale, la rivoluzione digitale e le politiche di austerità. Con questo Pilastro dei diritti sociali, noi miriamo a riattivare l’UE come un scudo protettivo per prevenire  la povertà infantile,  per rafforzare la garanzia giovani, per garantire i diritti sociali basilari anche alle persone che lavorano con nuove forme di occupazione, eventualmente  introducendo una Carta di sicurezza sociale UE per aiutarli a tener traccia dei loro contributi ai regimi sociali ovunque lavorino nel mercato unico europeo”. Da qui la richiesta di: regole di lavoro dignitoso - valide in tutta l’Unione europea - per ogni forma di occupazione, ivi incluso nuove forme di lavoro, lavoro su richiesta,  e intermediato da piattaforme digitali; standard per contrastare il lavoro non dichiarato, e per formazione e lavoro dignitoso (ivi incluso paghe adeguate per apprendisti e persone in formazione).
In estrema sintesi, per Maria Joao Rodriguez (S&D): “la principale sfida da affrontare nella definizione del pilastro dei diritti sociali e nel tentativo di aggiornare il modello sociale europeo (che presenta molte varianti nazionali e in ciascun paese disposizioni specifiche, benché i paesi sono interdipendenti) è che le nostre strutture di Stato sociale stiano “al passo con il cambiamento demografico, la tecnologia, la globalizzazione e il recente e significativo aumento di disuguaglianze sociali”. Senza un Quadro comune europeo, gli stati membri sono destinati a restare intrappolati in una concorrenza distruttiva fondata su una gara al ribasso degli standard sociali. Serve una convergenza verso l’alto raggiungibile solo mediante l’azione collettiva degli stati membri. L’investimento sociale consiste nell’offerta pubblica (e relativo sostegno) di servizi (assistenza per l’infanzia, istruzione, apprendimento permanente, assistenza sanitaria, politiche attive del lavoro, previdenza sociale, regimi di reddito minimo, lotta all’analfabetismo). Circa i finanziamenti, in futuro, “occorrerà far minore affidamento sui contributi lavorativi e maggior tassazione generale, regolamentazione finanziaria e lotta all’evasione fiscale.. l’aumento del lavoro atipico e la crescente intensità di capitale della produzione economica suggeriscono la necessità di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro (compresi i contributi previdenziali) e di cofinanziare i regimi di previdenza sociale mediante altri proventi fiscali (ad esempio plusvalenze, imposta sul reddito o sull’inquinamento) al fine di garantire a tutti un livello decoroso di protezione sociale. Per una migliore governance economica servono anche indicatori sociali. L’euro dovrebbe divenire un motore per la convergenza verso l’alto degli standard sociali. E c’è da prevedere un uso migliore delle politiche esterne dell’UE per la realizzazione dei diritti sociali in Europa e il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile a livello mondiale. Le raccomandazioni OIL vanno applicate in tutto il mondo, in cui a una migliore protezione sociale dovranno contribuire  accordi commerciali, partenariati strategici, politiche di sviluppo, politica di vicinato, e l’agenda europea sulla migrazione. L’Europa sociale è e deve essere rivolta a tutti.

III. L'EUROPA ESISTE ... NON RIDUCIAMOLA ALLA SOLA AUSTERITA'

Per F. Chabod “l'idea di Europa” comincia a delinearsi nel Cinquecento, tra Machiavelli e Montaigne, prende corpo e fisionomia nel Settecento con gli illuministi e acquisisce una fisionomia pressoché definitiva nel corso del diciannovesimo secolo, dapprima cozzando contro l'idea di nazione e poi assorbendola e rielaborandola. A Chabod sono state mosse due critiche: da un lato, la sua storia delle idee (fortemente influenzata dal modello crociano) è apparsa slegata dalla base materiale su cui quella storia si è svolta secolo dopo secolo; dall'altro si è rilevato che la sua idea di Europa fa perno sulla Francia e sull'Italia ( e sembra talvolta allargare i suoi orizzonti all'Inghilterra e alla Germania). Tuttavia il suo concetto di Europa resta interessante. Si forma per contrapposizione perché c'è qualcosa che non è l'Europa, e acquista le sue caratteristiche e si precisa nei suoi elementi, almeno inizialmente, proprio attraverso un confronto con questa non Europa. Voltaire, ad esempio, evidenzia l'Europa nel confronto con luoghi lontani e diversi, come la Cina e l'India; e parla di una repubblica letteraria stabilita in Europa nonostante e le guerre e le diversità religiose. Lo spirito delle leggi di Montesquieu, preannuncia l'era dei diritti. E nell'eredità all'identità europea, lasciata dall'illuminismo, di sicuro c'è anche il concetto di pluralismo (di religioni, culture e poteri dello stato). E' di Montesqieu anche l'idea che la caratteristica centrale dell'Europa fosse da un lato di presentarsi come una profonda unità rispetto al resto del mondo, ma dall'altro di nutrire nel proprio ambito divisioni distruttive. Victor Hugo è uno dei primi a usare l'espressione Stati Uniti d'Europa. Da parte sua, Rousseau considerava il cosmopolitismo un processo di omologazione che avrebbe sacrificato il genio, il carattere, i costumi di un popolo, che lo faranno essere se stesso e non un altro. Tra gli italiani, Mazzini ricorda che la lotta per l'indipendenza nazionale, non smentisce ma al contrario accelera il culto di un'Europa illuminata, non una semplice repubblica delle lettere, ma un'unità morale e spirituale (…) L'ascesa dell'integrazione comunitaria sarà indissolubilmente legata al riflusso delle maggiori potenze europee”.
Non a caso, gli Stati nazionali hanno dato inizio al processo d'integrazione europea sulle macerie - e dopo gli orrori - della seconda guerra mondiale che ha segnato anche la sconfitta dei nazionalismi. Il che non vuol dire che il nazionalismo è poi scomparso. Si è manifestato in nuove forme. Basti pensare al grande movimento di decolonizzazione in Africa e Asia; dopo la fine dell'Unione sovietica, ai movimenti nazionalistici dei paesi dell'Est europeo; e - più recentemente - ai nazional-populismi odierni derivanti, oltre che dal riemergere di conflitti (nazionali, inter-etnici e interculturali) scongelati dalla fine della contrapposizione bipolare tra Usa e Urss, e oltre che da crisi e disoccupazione, anche vera e propria xenofobia, e reazioni alla globalizzazione (e allo stesso progetto sopranazionale europeo). La Russia resta potenza in bilico tra Asia ed Europa.

Oggi l'Unione europea (UE) non è né una mera organizzazione intergovernativa (come le Nazioni Unite) né ancora una vera Federazione di Stati (come gli Stati Uniti d'America) ma un organismo sui generis cui gli stati membri hanno delegato parte della propria sovranità nazionale. Il vero problema non è “l'Europa che non esiste”- come scrive Panebianco - è che, di fatto, nell'UE predomina il metodo intergovernativo, con i governi dei paesi più forti quali direttori di orchestra. Metodo del coordinamento aperto? Metodo comunitario? Metodo intergovernativo? L'approccio intergovernativo – e assi (più o meni visibili) - sembrano aver la meglio su quel Progetto federalista, volto a costruire gli Stati Uniti d'Europa, che, a un certo punto è parso potesse offrire gli strumenti istituzionali necessari per superare i limiti di questo metodo inter-governativo.
Il bene comune “europeo” stenta ad affermarsi su interessi nazionali (sempre più miopi). D'altra parte – come ben notava Tommaso Padoa Shioppa - “negli ultimi decenni una certa idea cosmopolita della cooperazione internazionale, emersa dalle macerie di due guerre mondiali, è sempre più sostituita da una falsa e perniciosa dottrina che si può chiamare della “casa in ordine”: tenere in ordine la casa nazionale è la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia ordine internazionale. Questa teoria ha ri-nazionalizzato la cooperazione internazionale, esaltandone il carattere intergovernativo”. Il G20 il G6 G7 G8 .. non sono organi di alcuna istituzione internazionale ma semplici tavoli, gruppi e Fori di discussione. I tavoli hanno avuto la meglio sulle istituzioni.
Tuttavia, pur con tutte le sue carenze e debolezze odierne, l'Unione europea non è riducibile alla sola politica di austerità che (finita l'epoca delle grandi manovre di spesa pubblica indotta dalla grande crisi del 2008-2009) dal 2010 domina sovrana, con tutte le conseguenze che sappiamo. E non è riducibile neanche al solo dibattito sull'euro - moneta comune, adottata in assenza di un vero governo politico ed economico europeo, e in assenza di una Banca centrale europea con stesse caratteristiche e poteri della Fed degli Usa - eclatante manifestazione dell'incompiutezza del Progetto europeo.

L'UE ha delle specificità (da sapere salvaguardare?).

UE: alcune sue specificità ... - “Potenza civile”, “potenza normativa”, “potenza etica” sono tra le specificità evidenziate dalla teoria per spiegare la natura dell'Unione europea che (maggior contribuente del sistema delle nazioni unite) è impegnata a favore di un effettivo multilateralismo (con le nazioni unite-ONUcome nucleo del sistema) perché convinta che per essere in grado di affrontare con successo crisi e sfide globali la Comunità internazionale ha bisogno di un sistema multilaterale efficiente, basato su valori e regole universali. L'Unione europea ha una dimensione - umanitaria e diplomatica - fondata su:

il primato del soft law, cioè l'uso della diplomazia, facendo leva – se necessario – su commercio, aiuti, contingenti e missioni di pace in zone di crisi per risolvere i conflitti e promuovere concordia;
il primato della diplomazia preventiva – prevenzione all'europea – cosa diversa dalla guerra preventiva degli Usa del 2003 ( per gli americani la prevenzione era soprattutto militare e poteva essere unilaterale; l'UE subordina gli interventi ai mandati del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche se per validi motivi – non lo ha fatto per l'intervento in Kosovo);
accento posto sulla sicurezza - più che sulla difesa - intesa quale pre-requisito dello sviluppo (economico sociale infrastrutturale ecc.), sicurezza da rafforzare anche attraverso una riduzione della povertà e delle disuguaglianze, la promozione di buon governo, il rispetto dei diritti umani, ecc.

Nei miei due ultimi libri (2010 e 2014) – in modo pionieristico - ho anche tentato di fare emergere le posizioni europee espresse nel corso dei lavori dei G20, dal 2008 al 2012. Di solito chi segue i G20 non segue anche il processo d'integrazione europea.

L'Europa, primo mercato mondiale è tuttora vista come un punto di riferimento per multilateralismo, sostegno all'Onu e alla diplomazia, commercio libero e equo (e con clausole sociali), rispetto dei diritti dell'uomo, tutela dell'ambiente e lotta ai cambiamenti climatici ecc. Al di là delle divisioni dettate da interessi nazionali che la travagliano - nel quadro dell'Alleanza atlantica - l'UE lavora in partenariato con la Nato: partenariato strategico da approfondire anche per una migliore cooperazione nella gestione delle crisi, tra l'altro per evitare sovrapposizioni e duplicazioni. L'UE è / ed è stata impegnata in molteplici missioni. Nel 2013 aveva 7000 unità dislocate in 12 missioni civili, e 4 operazioni militari. Basti qui pensare alla campagna contro la pirateria nel Corno d'Africa; alla missione Sophia che - pur essendo l'Italia il principale attore - vede (a vario titolo) la partecipazione di 25 stati su 28.
L'UE sta ora lavorando all'ipotesi di Conferenza di pace in Medio Oriente per la prossima primavera. E - anche grazie a dichiarazioni del Presidente Trump - mi sembra finalmente ripartito un dibattito sull'opportunità anche di una vera Politica estera, di difesa e sicurezza, comune.
Dal fallimento del progetto di Comunità europea di difesa (CED) in materia di difesa ha dominato a lungo un vero tabù. Da una parte, c'era chi teme una possibile concorrenza tra NATO e UE, con al termine una divisione transatlantica; d'altra parte, lo stesso concetto di autonomia della Pesd-Psdc non manca di ambiguità. Mentre i paesi membri dell'UE con vocazione atlantista lo interpretano in modo restrittivo, quelli più europeisti tendono a farne la base di un ruolo dell'Unione sempre più autonomo sulla scena mondiale (anche per evitare di ritrovarsi in missioni utili – solo - a interessi americani). Lo stesso termine autonomo è frutto di un compromesso tra indipendente (preferito dalla diplomazia francese) e complementare (alla NATO) tipico della visione britannica. Oggi, Marine Le Pen sta proponendo di ritornare al franco francese; e di uscire - non solo dall'Ue – ma anche dalla NATO.
Per la difesa, il Trattato modificativo di Lisbona ha portato numerose significative innovazioni, ivi incluso un meccanismo di Cooperazione strutturata permanente (che non è altro che una possibile Eurozona per la difesa).
“Occorre creare un meccanismo di cooperazione e integrazione della difesa”: precisa ora Federica Mogherini. E ci sarebbe, forse, da optare per una politica europea di defence procurement, e una politica industriale comune. Ne deriverebbero risparmi e benefici, e salutari ricadute tecnologiche. Costa sostenere ciascun esercito, ciascuna marina ed aeronautica di ciascuno degli stati membri dell'Ue.
Si potrebbe rilanciare anche iniziative quali la proposta della creazione di una flotta di droni acquistata e gestita direttamente dall'Unione europea (supportata da Francia Spagna Italia Polonia e Germania) - presentata al Consiglio europeo del 19 dicembre 2013, ma bloccata dagli Inglesi che precisavano che “le capacità di difesa sono detenute e gestite dagli Stati membri”.

Lo penso pur constatando attuali tensioni tra le cancellerie, ad esempio, sulla Russia. Un'eventuale distensione fra Usa e Russia potrebbe portare alla proposta di eliminare le sanzioni, con un accordo USA-Russia raggiunto sulla testa dell'Europa. Ed è possibile che D. Trump riconosca un ruolo a Mosca in Asia e nel Medio Oriente, a patto che Putin prenda le distanze con Iran e Cina (cui l'approccio da guerra fredda dell'amministrazione Obama ha finito per avvicinarlo) e in cambio di un alleggerimento della presenza della Nato ai confini Est dell'Europa. Berlino - favorevole alla presenza di Putin al G20 di luglio a guida tedesca - dice “niente Putin al G7”, malgrado il pressing di palazzo Chigi affinché la Russia venga riammessa al G7 (dal quale venne messa alla porta nel 2014 dopo l'invasione della Crimea) pressing motivato non solo dai danni al nostro export ma anche dalla necessità di avere di nuovo a fianco Mosca, nella lotta al terrorismo e nella stabilizzazione del Medio Oriente (Siria e Libia compresi). E nello stesso tempo accellera sul progetto di difesa comune europea, per porsi come nuovo baluardo dei paesi dell'Ex Urss (Ucraina compresa).
Intanto, a Davos, il leader cinese si è dichiarato pronto a un ruolo guida globale. Xi Jiinping faro della globalizzazione e Donald Trump alfiere del protezionismo? Ci sarà un riequilibrio della governance mondiale a favore di Pechino? Venezia punto di arrivo della via della seta? Intanto, per il 2017, il tasso di crescita più alto spetta all'India.

Non riduciamo l'Europa, l'Unione europea e le sue politiche, alla sola austerità - Quanti sanno per cosa – e come - si spenderanno le risorse del QFP (Quadro finanziario pluriennale ) dell'UE (2014-2020)? Quanti sanno in cosa consiste la politica di coesione riformata, che dovrebbe realizzare gli obiettivi della strategia Europa 2020,cioè,una crescita intelligente (grazie allo sviluppo di un'economia basata sulla conoscenza e sull'innovazione) sostenibile (promuovendo un'economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva) e inclusiva (promuovendo un'economia con un lato tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale)? Quanti hanno già preso confidenza con i programmi Cosme (programma per le piccole e medie imprese), Horizon 2020 (programma per ricerca e innovazione), Erasmus+ (programma per sviluppare competenze e occupabilità), Europa creativa (per la cultura in Europa), Garanzia per i giovani, il nuovo meccanismo per collegare l'Europa (che riguarda investimenti infrastrutturali), i miliardi di euro finanziati per la lotta ai cambiamenti climatici, la Pac riformata, i fondi Ue per cittadinanza asilo migrazione salute consumatori e sicurezza, e per l'Unione quale attore mondiale?

Servirebbe una cittadinanza attiva che sappia attingere dalle casse Ue con progetti validi. Sarebbe utile un'analisi degli sprechi (e frodi) Ue, per un utilizzo più efficiente delle sue risorse. E, in un'ottica di sussidiarietà, bisognerebbe innanzitutto – per ambiti politici (ad esempio clima, mare, ecc.) - riflettere sul valore aggiunto, sia di vere politiche europee, sia di suoi programmi. La PAC (la politica agricola comune) non è stato un successo... Mi sembra riduttivo quanto suggerito da chi consiglia di riportare competenze nelle mani dei governi nazionali, limitare alla produzione di pochi, essenziali beni pubblici europei (dalla sicurezza dei confini alla manutenzione del mercato unico, e ammesso che sopravviva, dell'euro) i poteri della Ue.
E poi, manuntezione del mercato unico? Ricordiamoci che lo stesso mercato unico europeo non è stato ad oggi completato. Il mercato unico europeo, più che manuntezione forse richiederebbe un rilancio affrontando le diverse sfide poste dagli anelli mancanti, dalle strozzature e dalle nuove frontiere. In molti settori esiste solo in teoria perchè tutta una serie di barriere e di ostacoli normativi frammenta il commercio intra-UE e frena l'iniziativa economica e l'innovazione. In altri settori, le possibilità di aumentare i vantaggi economici sono compromessi dalla mancanza di infrastrutture (fisiche o giuridiche) o dall'assenza di dialogo tra i sistemi ammministrativi. Una terza categoria di elementi mancanti del mercato unico, è costituita dai settori che non esistevano al momento della sua creazione – il commercio elettronico, i servizi innovativi e le eco-industrie, ecc. - settori che racchiudono le maggiori potenzialità di crescita futura e delineano le nuove frontiere del mercato unico. E non scordiamoci che il Trattato di Lisbona ha recepito il concetto di “economia sociale di mercato” (che grazie alla scuola di Friburgo ha avuto il merito di enfatizzare il ruolo delle regole del gioco) cosa ben diversa da una mera economia di mercato. Il problema è riuscire a realizzarla..
L'Ue non è un progetto neo-liberista incentrato solo sul libero mercato. Ma ha portato avanti un'Agenda neo-liberista, al cui successo hanno di certo contribuito pure la Cina, e altri paesi emergenti e in via di sviluppo; e l'ideologia liberista ha pesato sugli errori commessi nell'affrontare la grande crisi in Europa.

Tra l'altro, ci sarebbe da accelerare il riconoscimento automatico delle qualifiche professionali e delle competenze, eliminare gli ostacoli al lavoro transfrontaliero, potenziare il sistema EURES, garantire il coordinamento dei diritti previdenziali, e la portabilità dei diritti pensionistici per tutti. Su questo ultimo tema, perché non pensare anche a una sorta di snello INPSE europeo (da articolare in ciascun paese) per consentire ai cittadini che lavorano in più Paesi di avere, in ciascun momento, una visione precisa anche della propria previdenza complementare?

Autore
Silvana Paruolo
Author: Silvana ParuoloWebsite: https:/appuntamentieuropei.wordpress.com
Bio
L'autore - Silvana Paruolo – dopo 8 anni a Parigi, di cui circa due in veste di Funzionario Internazionale all'Assemblea parlamentare dell'Unione dell'EuropaOccidentale (UEO) – vive a Roma e lavora,tuttora, presso l'Area politiche europee e internazionali della Cgil nazionale. Come autrice, ha scritto due libri : 2020: la nuova Unione europea L'Ue tra allargamento e vicinato, crisi, verticite, vecchie e nuove strategie Ed. LULU 2010 e Introduzione all'Unione europea Oltre la sfida del 2014 Ed. Il mio libro - Feltrinelli 2014. Nel 1989, ha scritto Mercato Unico e integrazione europea, ricerca pubblicata - come Dossier Europa Parte (Prima - e Parte seconda) - dalle Edizioni Ediesse (1989) per conto della CGIL. Ha anche scritto capitoli in libri con più autori quali - ad esempio - ”Ma …la legge e i diritti (quale legge e quali diritti?) sono uguali per tutti? (Gli strumenti di soft-law – Le Linee guida dello “Strategic framework on human rights” UE e il suo Piano di azione” in La famiglia omogenitoriale in Europa – Diritti di cittadinanza e libera circolazione – volume a cura di G. Toniollo e A. Schulster, ed. Ediesse (maggio 2015). Come giornalista pubblicista, ha collaborato, e collabora, con più testate: Affari sociali internazionali, L'Italia e l'Europa, Finanza Italiana, Comuni d'Europa, quaderni di Rassegna Sindacale, Tempo Libero, Il Giornale dei Comuni, ecc. Ha svolto (svolge) docenze sporadiche - in Italia - in corsi per giornalisti e in corsi della Scuola superiore degli interni; e - a Parigi - all'Ecole nationale d'Admnistration (ENA). Appena rientrata da Parigi, ha svolto consulenze - ricerche – e lavori di coordinamento per Enea, Ecoter e Eni. Attiva su Facebook e Twitter ha questo blog: https:/appuntamentieuropei.wordpress.com
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