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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Bruxelles: piazza antistante il Palazzo Altiero Spinelli, sede del Parlamento europeo

Sono passate 48 ore da quando è stata commessa l’ennesima carneficina nel cuore dell’Europa comunitaria, in quella Bruxelles che vede affidate le sorti fisiche delle Istituzioni dell’Unione europea.

Morti e feriti, sull’altare della democrazia inesistente tra le mura amiche dell’UE. Una democrazia falsamente in piedi, debole nella reazione e solerte nella costernazione.

Adriana Cerretelli (ripresa da Roberto Napoletano) sul Sole 24 ore ha mosso le acque della pietas: “risparmiateci almeno il solito festival europeo di commozione, deprecazione generale e retorica solidaristica, il ciclo sterile delle commozioni mordi e fuggi e della conseguente inazione”.

L’editoriale di oggi del Sole 24 ore (a firma sempre di Napoletano) evoca termini forti ma che ormai di sensazionale non hanno più nulla: “guerra civile” europea, battaglia di civiltà in casa nostra, somigliante, a detta sua, alla “terza guerra mondiale a pezzi” di Papa Francesco.

Perché tutto questo?
Il grande sonno dell’Europa, dell’Europa politica.

L’Europa dei muri (quelli dei Paesi dell’Est, così ingrati e disobbedienti al “centralismo” e al "diverso" - da chi? -) e dei “ghetti” (i Paesi francofoni in questo hanno dimostrato di non saper gestire il loro ideologico liberalismo e la loro fratellanza sociale).

L’Europa, per forza di cose, costretta e derisa dal proprio deficit visivo, dalla propria miopia, deve dimostrare di “stare in piedi” almeno, un sussulto di esistenza, per questo (l'Italia in testa con Renzi) i governi nazionali ora, non ieri in modo definitivo e definito, si auto esortano a ”una ripresa robusta di investimenti pubblici, una intelligence, una difesa e una politica estera comuni”.

La lunga striscia di sangue iniziata il 7 gennaio 2015 alle ore 11.30, a Parigi, a rue Nicolas Appert 10, quando – come scritto da Flores d’Arcais - il Sacro ha dichiarato guerra al disincanto, la volontà di Dio alla sovranità degli uomini, l’oscurantismo di fede e sangue all’illuminismo e alla laicità, la censura alla libertà d’opinione, la teocrazia alla democrazia, ora vuole vendetta.

Non si risponde al sangue col sangue. E’ vero. Abbiamo una inconsolabile speranza di redenzione delle menti criminali che affollano i bassifondi del terrorismo islamico.

La fiducia però non dobbiamo e non possiamo conquistarcela in autoriproduzione. Abbiamo bisogno di gesti e di parole.
Non abbiamo davanti, noi europei, oggi, un “nemico” Stato estero. Anche se quel conglomerato di gruppi che dal giugno 2014 sotto al-Baghdadi si è elevato a califfato, l'Is, tra Siria e Iraq si è fatto Stato; se così è, allora forse la reazione (attenzione, come difesa!) può essere diretta a un nemico individuato.

Molti ricorderanno le parole di Altiero Spinelli pubblicate, qualche giorno prima della morte, sull’Espresso, in risposta ad un giovane Pietro Folena, che lo aveva criticato per aver appoggiato gli USA nella rappresaglia contro la Libia nel 1986: “Come prima cosa ti consiglio di tener sempre presente che se ti capita di prendere un calcio nel sedere (da Gheddafi o da altri) la tua pri­ma reazione deve essere quella di restituirlo. Dopodiché mettiti pure a un tavolo a ‘far po­litica’ con chi te lo ha dato. Secondo: non hai notato che la mia osservazione più importan­te non era l’approvazione di Reagan, ma la constatazione che l’Europa occidentale ha ri­messo la sua politica estera e di difesa nelle mani degli Usa e che la maniera di mettere fi­ne a questa situazione… (è) la costruzione… di un potere federale europeo il quale elabori una politica estera e di difesa comune. In ter­zo luogo, vale forse la pena che tu metta da parte frasi e cianfrusaglie pacifiste, e che dia alla tua cultura politica, come nutrimento, un po’ di midollo di leone. Ti accorgerai così che la forza militare deve essere sempre tenu­ta sotto forte controllo di una volontà politica, ma guai ai politici che la scartano con ohi! e ahi! vari come un male assoluto”…

Le parole di Spinelli sono il pretesto, oggi, per affermare tre punti cui l’Europa abdica o mette in prima fila per la loro soluzione, a proprio favore. Sinteticamente l’Europa:

1. non può accettare di essere subalterna agli Stati nazionali nella politica difesa comune come anche nella tutela di quanto conquistato alla categoria dei diritti a cominciare dal Trattato di Schengen che oggi acquista ancor più forza di quanto si pensi (1) perché baluardo di garanzia di quegli stessi diritti che gli Stati nazionali non possono più garantire, antistorici steccati di democrazia svilita;

2. né può assecondare una visione remissiva nei confronti degli USA nella difesa internazionale, nel servizio dovuto di garante della pace internazionale anche attraverso azioni di polizia internazionale, ma con un esercito europeo, anche se molti osservatori (e anche molti governanti europei) non svelano favore nei confronti di una soluzione imprescindibile, l’esercito unico europeo (2);

3. né può essere passiva al terrorismo internazionale organizzato, che non è – come è stato più volte osservato – un’entità avulsa dal nostro stesso contesto di vita quotidiana, è brutalmente presente, si muove in mezzo a noi e conosce le nostre vite, è un’entità politica, utilizza strumenti che superano a volte ma comunque eguagliano gli strumenti di lotta che gli Stati oggi hanno in potere di mettere in campo per combatterli.

L’Europa deve delle risposte, immediate! altrimenti, a cosa serve proseguire nella (ri)corsa verso una maggiore integrazione e quindi agli Stati uniti d'Europa? Ha affermato Nadia Urbinati che “la forza della necessità che impone un'Europa unita nei progetti di difesa è la forza che deve affermare il potere della politica. Che sa distinguere tra che cosa poter e che cosa non poter tollerare. Il nemico della forma politica di vita — quella fatta di società aperta e di unità di diversi sotto il governo della legge — è chi non conosce che un linguaggio: quello dell'intolleranza assoluta” (3). Non vi è posto per la tolleranza. Non si possono tollerare gli intolleranti, scriveva Karl Popper.

APPROFONDIMENTI:

(1) Fabrizio Garimberti sul Sole 24 Ore “Serve una risposta internazionale al terrore” giovedì 24 marzo 2016, pagina 1: “Anche se il primo riflesso è stato quello di chiudere le frontiere, paradossalmente Schengen esce rafforzata da questo ennesimo straziante episodio. Per almeno due ragioni. Primo, perché la fine di Schengen sarebbe esattamente quel che i terroristi vogliono: colpire il simbolo di un'Europa unita e solidale, ricacciare indietro l'orologio della storia, seminare isolazionismi ed ergere steccati. Secondo, perché i terroristi non vengono da fuori. I controlli alle frontiere non servono a sconfiggere un terrorismo "fatto in casa", nelle banlieue povere dove disoccupazione e sottoccupazione spalmano l'humus su cui crescono radicalismi e intolleranze. La lotta al terrorismo si fa dentro i Paesi, non con la polizia di frontiera. E, soprattutto, si fa con "più Europa": un volto continentale alle politiche di sicurezza interna ed esterna e programmi di sostegno che rifiutino la "logica dei decimali".”

(2) Intervista a Tony Blair «Siamo troppo intimiditi» di Valentino Paolo sul Corriere della Sera giovedì 24 marzo 2016, pagina 19: “Quando parla di azioni necessarie per sconfiggere lo Stato Islamico, vuol dire che non ci sarà vittoria possibile in Siria o Libia senza «boots on the ground», senza cioè impegnare truppe di terra? «Sicuramente non possiamo sconfiggerli senza stivali sul terreno. La domanda è con gli stivali di chi? A mio avviso non dobbiamo essere coinvolti in ogni situazione, ma dove c'è la necessità di impiegare alcune delle nostre capacità sul terreno dovremmo essere pronti a farlo. Gli americani lo stanno già facendo sia pure in modo limitato. Ma l'importante è combattere Daesh ovunque è presente. E qui penso che ci sia una sfida di lungo periodo per l'Europa, quella di dotarsi di piena capacità su questo terreno. Non parlo di un esercito europeo, ma del modo in cui sapremo costruire una vera cooperazione militare tra le nostre nazioni in modo da essere in grado di agire contro questi gruppi».”

(3) su Repubblica giovedì 24 marzo 2016, pagina 35, “L'Europa, il potere della politica”.

Autore
Mario Leone
Author: Mario Leone
Bio
Mario Leone, laureato in Giurisprudenza presso l’Università de la Sapienza di Roma, con una tesi in Scienza delle finanze dal titolo Unione monetaria europea e sistema federale, ha conseguito un master in “Giurista di impresa” presso l’Università di Roma Tre e un master in “Diritto tributario professionale” presso l’Università di Roma Tor Vergata. Attualmente è funzionario-esperto della Direzione centrale servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate. E’ entrato nella formazione giovanile del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1991 e nel Comitato centrale del Movimento nel 1995, di cui è attualmente membro. E' segretario del centro regionale del Lazio del MFE e presidente della sezione di Latina "Altiero Spinelli" del MFE. Ha realizzato con l’Associazione europea degli insegnanti (AEDE), l’AICCRE (Associazione italiana del consiglio dei comuni delle regioni d'Europa) e la Provincia di Latina, programmi di formazione sulle tematiche europee, è relatore sulla storia e il processo di integrazione europea in programmi di formazione scolastica. L’AEDE provinciale di Latina nel 2010 gli ha attribuito l’annuale Premio Europa per l’impegno profuso per la diffusione dell’ideale europeista. Ha collaborato con la rivista “Il Dibattito federalista” edito dalla Edif e con “Il Settimanale di Latina” sulle tematiche europee.
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