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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Conferenza stampa di Cameron e Renzi Photo: Crown Copyright Licenza CC

Nel suo articolo Sono compagni che sbagliano sull’Europa, recentemente pubblicato qui su Europa in Movimento, Paolo Acunzo mette insieme questioni e personaggi che sarebbe bene invece tenere distinti, evitando così equivoci e confusioni. Paolo utilizza un topos ricorrente nel discorso europeista e federalista, la critica a una sinistra “nazionalista” o comunque ambigua nel suo europeismo, quindi carente nelle sue censure alle politiche europee. E per carità, tale critica è il più delle volte giustificatissima. Certo, il rischio è poi sottintendere, magari involontariamente, che i “moderati” da parte loro siano europeisti per definizione, o che le “politiche europee” vengano elaborate con lo sguardo dei saggi fermo sulla via dell’Europa unita, e non siano piuttosto il frutto di negoziati e compromessi condotti sul filo di interessi contrapposti e dei rapporti di forza.

Questo non è affatto il caso dell’articolo di Paolo, nondimeno appare tanto più discutibile la scelta di mettere insieme il «compagno Renzi» per i suoi recenti scontri con la Merkel e con altre personalità europee, Varoufakis per i suoi dissensi nei confronti di quello che era il suo stesso governo, e i «proseliti» di Varoufakis medesimo nella sinistra italiana che evocano l’uscita dall’euro (immaginiamo in primo luogo Fassina), accomunati tutti da una «critica all’Europa esistente» che tuttavia risulta «non molto lontana da quella che proviene dalla sponda opposta della destra populista». Per le seguenti ragioni.

Cominciamo dalla comunanza tra Varoufakis e Fassina (il quale invero non è mai nominato nell’articolo, ma che pongo qui, sbrigativamente, in rappresentanza dei neosovranisti nostrani). Sono a tutti gli effetti “compagni di strada”. Ma il primo sta lanciando un movimento per la democratizzazione dell’Unione Europea, il secondo no. Il secondo l’ho visto due volte dal vivo allargare le braccia e spiegare che cambiare la UE non si può «perché Hollande non è d’accordo», o «i trattati dicono così». Il che ben esemplifica l’atteggiamento di fatto rinunciatario di tanto neosovranismo; ciò che si vuole in fondo mantenere o riconquistare sono piccoli spazi di manovra per questo o quel politico nazionale, al netto della retorica le condizioni strutturali sono poco o nulla sfiorate dall’azione politica. Mettere insieme Fassina e Varoufakis come fa Paolo oscura inoltre due novità significative nel panorama politico europeo degli ultimi tempi: da una parte, l’altereuropeismo sta “diventando grande”, diffondendosi in ambienti ostili o indifferenti all’integrazione europea sino a poco tempo fa, portando sempre più persone a guardare e ad agire oltre lo stato nazionale e oltre il vecchio internazionalismo occasionale e inconcludente, nonché (speriamo) facendosi sentire in tutti i sensi. Dall’altra parte, discorsi nazionalisti o neosovranisti si diffondono in tutte le parti dello spettro politico. Qualcuno ricorda ad esempio che Fidesz, il partito del primo ministro ungherese Viktor Orbán, fa parte del PPE e che nessuno pensa di sloggiarlo da lì? Qualcuno ancora ricorda le tensioni e le male parole che all’interno dell’ALDE hanno contrapposto il federalista Guy Verhofstadt e l’ex commissario europeo Frits Bolkestein (quello della famosa direttiva sui servizi)?

Insomma, mi pare superata l’idea di un sentire europeista diffuso senza particolari soluzioni di continuità trasversalmente agli schieramenti politici ma con solidi paletti all’estrema destra e all’estrema sinistra. Nel bene e nel male, quei paletti sono crollati. L’articolo di Paolo li rievoca, sembra voglia ricrearli, almeno discorsivamente. Il rischio tuttavia è che non ci si accorga che in quest’ora nera per l’Europa le minacce concrete di sfilacciamento della costruzione europea (dai profughi a Schengen, e in generale alle trattative per evitare il Brexit, e, tornando indietro, ai tentativi invece di favorire il Grexit) sono venuti e vengono dalle istituzioni europee, in primis da quei politici nazionali che vanno “in Europa” a rappresentare il loro paese, e che finiscono invece paradossalmente a rappresentare l’“Europa” sulla stampa estera – espressione di coalizioni e partiti moderati e rispettabili che chiedono il voto proprio per scongiurare la minaccia populista. Molto meno dalle ali estreme, o dagli stessi “compagni che sbagliano”.

Tra i “compagni che sbagliano” va messo pure Renzi? Paolo sembra accreditare motivazioni di carattere sociale ai recenti scontri del nostro Presidente del Consiglio con l’“Europa”. Altri hanno criticato l’assenza di strategia, rilevato le incongruenze della politica italiana in generale e renziana in particolare verso l’Europa, o deplorato la mancanza tout court di savoir faire.

Mentre trovo plausibili tutte queste altre interpretazioni, non vedo nelle prese di posizione da parte di Renzi alcun interesse per un’“Europa sociale”. L’occasione di tentare di imprimere una svolta alle politiche europee in senso democratico e appunto sociale l’ha avuta l’estate scorsa e, com’è noto, l’ha platealmente ignorata. Né tale svolta sarebbe stata coerente con le politiche perseguite in patria, improntate a favorire innanzitutto le imprese, elargendo semmai regalie di volta in volta a determinate categorie.

Ma la politica europea di Renzi ha una direzione? E se sì dove va? Qualcuno – sulla stampa, ma anche tra i federalisti – vede nella visita del Presidente del Consiglio a Ventotene (dovuta principalmente al recupero del carcere di S. Stefano) una sorta di nuova credenziale europeista. In realtà Renzi ha iniziato il suo mandato governativo citando Spinelli e gli Stati Uniti d’Europa, assieme alle prime proteste, inizialmente a mezza bocca, contro una concezione dell’Europa intesa principalmente come «vincoli». Per poi dichiarare assieme a Cameron neanche un mese dopo «We want better Europe, not more Europe: a better Europe. A very balanced Europe, against the red tape of bureaucracy», riprendendo, ne fosse consapevole o no, uno slogan dei Conservatori e Riformisti, il gruppo europeo del partito di Cameron, e proprio quell’espressione (gli impicci burocratici) dietro cui si nasconde l’attacco ai diritti e alle tutele del lavoro e dell’ambiente – come ben sanno gli europeisti e i sindacalisti britannici.

Da allora tale gioco triangolare (richiamo a figure e motivi del federalismo europeo; critica all’“Europa” in termini ogni volta inediti per i politici di governo italiani; sostegno a Cameron specialmente nelle richieste da parte di quest’ultimo di un’Europa «più snella» e business-friendly) si ripete con regolarità (basta una ricerca su Google ad attestarlo), e diventa quindi inevitabile interrogarsi sul suo senso. A me sembra che questo gioco non sia in realtà molto diverso da quello che ha portato Renzi a scalare il suo partito e il paese: ricerca del consenso a tutto campo, con aperture e strizzatine d’occhio in apparenza contraddittorie (ci si ricorda della vera o presunta intesa con Landini?), e consolidamento via via del proprio capitale di favore e di potere così accumulato. Il corollario rimane comunque la confusione e la paralisi in chi gli è abbastanza vicino da non respingere da non voler respingere tutto in blocco, anche se vorrebbe veder corretti determinati indirizzi. Soprattutto il ripetuto appoggio a Cameron non fa notizia, nemmeno tra gli ambienti europeisti (non era stato così la prima volta). Ma, a differenza delle schermaglie con Juncker e con la Merkel, esso potrebbe ben risultare gravido di conseguenze per tutto il progetto europeo.

Di sicuro la politica europea di Renzi non porta all’ampliamento e alla valorizzazione della democrazia europea. E non solo per i precedenti nella politica interna. Altro che “compagno che sbaglia”.

 

Autore
Francesca Lacaita
Author: Francesca Lacaita
Bio
it: insegnante di liceo e vive a Milano. È militante federalista e si occupa di questioni europee da vari punti di vista. È autrice di of Anna Siemsen. Per una nuova Europa. Scritti dall’esilio svizzero (FrancoAngeli) ------------ en: high-school teacher living in Milan. She is a Federalist activist and has been studying European issues from several points of view. She is the author of Anna Siemsen. Per una nuova Europa. Scritti dall’esilio svizzero (FrancoAngeli)
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