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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Dopo il (vano) tentativo di espropriare la democrazia italiana dal suo naturale alveo europeo, sventato dal Presidente della Repubblica Mattarella all’atto di nomina dei ministri del Governo Conte, siamo ora davanti a un continuo manifestarsi di accelerazioni populiste e nazionaliste guidate dal Ministro dell’interno Salvini.
Questi continui attacchi alla pacificazione nazionale ed europea, cavalcano l’onda (direi bassa) della soluzione ai flussi migratori, soprattutto nel Mediterraneo che vedono l’Italia (insieme alla Grecia porti di “primo approdo” secondo il regolamento di Dublino, c.d. Dublino III) ma prendono le mosse da lontano, e non sono certo state risolte dal recente Consiglio europeo di Bruxelles degli ultimi giovedì e venerdì di giugno.

Un salto indietro nel tempo ci permette di inquadrare gli attacchi alla costruzione comunitaria recente in particolare rivolti all’euro, la moneta unica europea, che verrebbe ad essere ormai ospite sgradito della democrazia nazionale. E la democrazia sarebbe proprio in pericolo a causa dell’euro!
Nel tempo breve abbiamo assistito alla discussione sull’articolo 11 della nostra Costituzione e sull’“uso” che ne è stato fatto per l’adesione dell’Italia all’Unione europea e, in particolare, all’Unione monetaria europea.
Ricordo il testo: “L'Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Si è sentito dire(1): “non si comprende: a) quale frazione ulteriore di sovranità sarebbe da cedere, b) né quale punto di arrivo possa porsi a tale cessione rispetto al mantenimento della democrazia, intesa come perseguimento obbligatorio, da parte delle istituzioni di governo, di una serie di “valori” indicati dalla Costituzione stessa come inderogabili. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, infatti, già oggi possiamo affermare ed illustrare la valenza della seguente equazione: Cessione della sovranità = fine della democrazia costituzionale.”
Breve nota storica che ci permette di comprendere meglio, invece, quale effettivamente fosse l’obiettivo del nostro articolo 11 della Costituzione.

Siamo al 24 marzo 1947, durante la seduta pomeridiana, l'Assemblea Costituente ha in corso l'esame degli emendamenti agli articoli delle «Disposizioni generali», tra queste l’articolo 4 oggi, appunto, articolo 11. Presidente dell’Assemblea costituente è Umberto Terracini, che lascia la parola a Celeste Bastianetto, democristiano, già membro del Comitato Regionale Veneto del Corpo Volontari della Libertà durante la Resistenza.
Bastianetto si sofferma in particolare sulla seconda parte dell'articolo 4 e credo opportuno rivalutarne le parole per assecondare il giusto significato del contenuto dell’articolo citato: “in questo «consente alle limitazioni di sovranità» (…) ci troviamo di fronte a quella che è la sintesi della odierna politica internazionale. Noi abbiamo assistito negli ultimi due o tre anni all'impostazione del problema della rinunzia della sovranità; e questo problema si è concretizzato nella Carta di San Francisco: le Nazioni Unite hanno rinunciato a parte della loro sovranità. Ora, noi non sappiamo quello che ci darà l'avvenire in materia di organizzazioni internazionali. Noi al presente vediamo una sola grande organizzazione internazionale, l'O.N.U., che è mondiale, e non consideriamo i problemi a noi più vicini che sono quelli europei. (…) Perché questo emendamento? Lasciamo stare l'abbondante letteratura sui problemi dell'unità europea, (…) e fermiamoci a considerare il sogno, l'aspirazione di Mazzini, che aveva visto la salvezza dell'Europa nella sua unità. Ora, onorevoli colleghi, noi non sappiamo quale sarà l'avvenire dell'Europa; quello che sentiamo profondamente in noi è che alla unità si dovrà arrivare. Noi qui siamo uniti per dare alla nostra Patria una grande Carta costituzionale; questa è la nostra speranza; e se in questa Carta costituzionale potremo inserire la parola «Europa», noi incastoneremo in essa un gioiello, perché inseriremo quanto vi è di più bello per la civiltà e per la pace dell'Europa. (…) Non sappiamo quello che sarà l'avvenire dell'Europa ed è forse prematuro pensare — non però per mio conto — agli Stati Uniti d'Europa o ad una Federazione di Repubbliche europee; a me basta inserire il concetto che, come nella Costituzione consideriamo l'uomo, e sopra l'uomo la famiglia, e poi la Regione e lo Stato, così, sopra lo Stato e prima dell'organizzazione mondiale internazionale, vi sia l'Europa, la nostra grande Patria, perché, prima di tutto, noi siamo cittadini europei.(…).”
Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione, nella risposta, afferma: “L'aspirazione alla unità europea è un principio italianissimo; pensatori italiani hanno messo in luce che l'Europa è per noi una seconda Patria. È parso però che, anche in questo momento storico, un ordinamento internazionale può e deve andare anche oltre i confini d'Europa. Limitarsi a tali confini non è opportuno di fronte ad altri continenti, come l'America, che desiderano di partecipare all'organizzazione internazionale.”
Bastianetto ritirerà l’emendamento “persuaso” dalle parole di Ruini e tra gli applausi convinti alla sua replica conclusiva: “Però faccio voto, colleghi, che si avveri questo sogno della unità (…). La mia affermazione sia quindi affermazione di fede per ciò che sarà il domani: non sappiamo se gli Stati Uniti d'Europa o una Federazione di Stati europei; comunque, voto per la unità di questa Europa di cui siamo cittadini”.

Il tentativo di riscrivere la storia costituzionale e istituzionale dell’Italia in questo modo è un falso storico-politico che forza la cultura giuridica italiana.
E’ il prodotto più “mitigato” (mi si passi l’eufemismo) del nazionalismo che ci fa fare salti non molto felici nella storia dell’Europa, tra guerre civili e fratricide ben note.
E ciò ormai è evidente in Italia come in altri Paesi europei: il culto della “tradizione”, ovvero non ci può essere che una verità perché enunciata e per sempre, quindi non può esserci avanzamento del sapere. La “cultura” è sospetta nella misura in cui è identificata con atteggiamenti critici. Il disaccordo è tradimento! Il disaccordo è, inoltre, segno di diversità e loro cercano il consenso sfruttando la paura della differenza. Ma ancora: l’appello alle “classi medie frustrate”, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica; l’“ossessione del complotto”, possibilmente internazionale; l’“elitismo popolare”, ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, e il suo “leader” che sfrutta la debolezza delle masse, che meritano un “dominatore”; l’affermarsi di un “populismo qualitativo”, gli individui in quanto tali non hanno diritti, e il “popolo” è concepito come una qualità, una monolitica entità che esprime la “volontà comune”, il leader pretende di essere il loro interprete, come? Opponendosi ai “purtridi” governi parlamentari perché non più “voce del popolo”. Filo conduttore di tutto ciò è la “neolingua” di orwelliana memoria: l’utilizzo in ogni dove, di un lessico povero e di una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico.
Non c’è nulla di nuovo. Tutte queste caratteristiche sono state individuate, e oggi si rispecchiano tanto nella situazione che stiamo vivendo, da Umberto Eco nell’intervento tenuto presso i dipartimenti d’italiano e francese della Columbia University il 25 aprile 1995 per celebrare la Liberazione in Europa (2).

Sinclair Lewis nel 1922 plasma il personaggio di Giorgio Babbitt, prototipo borghese dell’uomo americano degli anni ’20 del secolo scorso, temporaneamente smosso dal proprio torpore ma da “buon cittadino” pronto a rientrare nella più confacente condizione di pavido e ottuso.
Da questo dico, pronte le critiche che troveremo sul nostro modo di agire, ma senza alcuna paura per esse in nome della “correttezza istituzionale”. Perché non possiamo permetterci di chiudere come conclude Babbitt: “...la verità è che nella vita non ho mai fatto una sola cosa di ciò che avrei voluto fare. Mi pare che tutto ciò che ho fatto è stato di tirare avanti e basta”.

Autore
Mario Leone
Author: Mario Leone
Bio
Mario Leone, laureato in Giurisprudenza presso l’Università de la Sapienza di Roma, con una tesi in Scienza delle finanze dal titolo Unione monetaria europea e sistema federale, ha conseguito un master in “Giurista di impresa” presso l’Università di Roma Tre e un master in “Diritto tributario professionale” presso l’Università di Roma Tor Vergata. Attualmente è funzionario-esperto della Direzione centrale servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate. E’ entrato nella formazione giovanile del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1991 e nel Comitato centrale del Movimento nel 1995, di cui è attualmente membro. E' segretario del centro regionale del Lazio del MFE e presidente della sezione di Latina "Altiero Spinelli" del MFE. Ha realizzato con l’Associazione europea degli insegnanti (AEDE), l’AICCRE (Associazione italiana del consiglio dei comuni delle regioni d'Europa) e la Provincia di Latina, programmi di formazione sulle tematiche europee, è relatore sulla storia e il processo di integrazione europea in programmi di formazione scolastica. L’AEDE provinciale di Latina nel 2010 gli ha attribuito l’annuale Premio Europa per l’impegno profuso per la diffusione dell’ideale europeista. Ha collaborato con la rivista “Il Dibattito federalista” edito dalla Edif e con “Il Settimanale di Latina” sulle tematiche europee.
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